Quanto mi emozionai nel sentire da Bortoluzzi che Bagatti aveva segnato

L’occasione me la fornisce il suo compleanno, ricordato da Augusto Ditel che ne ha celebrato le lodi in tanti anni di cronache, sia quando giocava che successivamente in panchina. Sergio Bagatti (Olbia 27-2-1949) attaccante (centravanti, secondo l’Album Panini 71-72 dove c’era la sua figurina con la maglia del Lanerossi Vicenza), è uno dei tanti calciatori che ha raccolto molto meno di quel che il suo valore, la sua capacità e la sua professionalità  avrebbero meritato. Eppure le sue piccole grandi soddisfazioni se le è prese, debuttando in serie A a soli 18 anni col Mantova, arrivando appena l’estate seguente addirittura all’Inter dei grandi campionissimi che avevano vinto tutto (Facchetti: Treviglio 1942, Mazzola, Torino 1942,  Corso, San Michele Extra 1941, e compagnia bella). Per poi gonfiare addirittura la rete un paio di volte nella massima serie con la maglia del Vicenza. Il vero rimpianto è stato semmai quello di fermarsi lì, ad appena 23 anni, quando c’era tutto il tempo per raccogliere i frutti delle cose buone che aveva seminato. Ma allora non c’erano i procuratori, si era sballottati di qua e di là, e lui poi in particolare per anni e anni non è mai rimasto due stagioni nella stessa squadra. In quegli anni tanti olbiesi si erano imposti per le loro capacità pedatorie, Gustavo Giagnoni (1932) che col Mantova di Mondino Fabbri era salito dalla serie D alla serie A rimanendovi per ben 5 anni dopo essere emigrato giovanissimo dall’Olbia nel Fabbrico e poi nella Reggiana (ancor piu’ grande la sua carriera da allenatore dove col Toro fu a un passo dallo scudetto e dove per piu’ di un ventennio sedette su molte panchine importanti); Renato Caocci (1943) che diciottenne vinse la serie C con il Cagliari per passare alla Juve dove conobbe l’esordio in serie A a 19 anni, e poi ancora nel Palermo, Genoa ecc. Ma anche altri tre giocatori avevano annusato il grande calcio facendo il grande salto dal Nespoli: Piero Giagnoni (1943), Pelè” Marongiu (1945) e Michele Moro (1949). Quest’ultimo debuttò a 18 anni in rossoblù in serie A nella vittoriosa partita con l’Atalanta lanciato da Ettore Puricelli e giocò anche in Mitropa Cup e nella tourneè nordamericana, mentre gli altri due erano appena transitati nel capoluogo (Il fratello minore di Dionisio e Gustavo Giagnoni, recentemente scomparso, aveva fatto perlomeno due tourneè a distanza di un anno in Sudamerica e nell’America del Nord con il Cagliari-Chicago Mustangs); Gianfranco Marongiu invece senza mai vestire il rossoblù era stato ceduto direttamente dall’Olbia nella penisola in serie C dove si fece apprezzare insieme ai vari Varsi (1940), Hellies (1947), Loviselli (1947) (cresciuti nel Cagliari) e agli stessi Piero Giagnoni e Moro che peraltro giocò con onore anche in B, al pari di Amedeo Fiorillo (Cagliari 1949), anche lui proveniente dalla De Martino del Cagliari anche se cresciuto nella cagliaritana Pacini (dove un anno per motivi di studio transitò anche Marcello Diomedi, Calangianus 1942, il difensore che avrebbe poi vinto la Mitropa Cup e la Coppa Italia con la Fiorentina, e che sarebbe stato l’unico sardo in campo nel giorno in cui il Cagliari battendo il Bari vinse matematicamente lo scudetto). Il ciclo degli olbiesi a Cagliari sarebbe proseguito con Vittorio Petta (Olbia 1952) che proprio nell’anno dello scudetto rossoblù vestì ben 6 volte la maglia numero 11 di Riva (pardon 5, nell’ultima col Varese prese la 9 per lasciare la 11 al maddalenino Cattuogno (1948 o 1950? Si accettano consigli: io propendo per il 48) impegnato ai mondiali del Messico e quindi impossibilitato a giocare il girone finale della Coppa Italia. Petta jr era anche titolare nella nazionale juniores (al suo attivo anche una tripletta con gli azzurrini) che annoverava tra gli altri Copparoni (San Gavino Monreale 1952), il futuro campione del mondo Lele Oriali (Como 1952), Aldo Maldera (Milano 1953) del Milan e Walter Speggiorin (Camisano Vicentino 1952, che la faina Farina, scusate il gioco di parole. vendette a peso d’oro dal Vicenza alla Fiorentina spacciandolo per il nuovo Riva dopo che aveva fatto lo stesso con Vitali). Ma torniamo a Sergio Bagatti. Inutile dire che aver trovato al Mantova una sorta di fratello maggiore come Gustavo Giagnoni sia stato per lui importante. Pur giovanissimo l’allenatore Cadè gli diede anche la gioia del debutto in serie A il 9 dicembre del 1967, quando i virgiliani  ospitarono la Roma di Oronzo Pugliese.  Il trio d’attacco composto anche da Salvemini (futuro allenatore di Empoli e Bari) e Spelta (Lodi 1942, tre anni dopo giocò una buona stagione in A col Catanzaro trasformando tra l’altro un rigore al 90’ contro il Cagliari per l’ennesima bravata di Niccolai che dal limite aveva visto bene di indirizzare un tiro fortissimo all’incrocio dei pali parato in bello stile da Brugnera…) non riuscì a bucare la difesa guidata da Giacomo Losi (Soncino 1935), Robotti (Alessandria 1935) e Cappelli (Barberino Val d’Elsa 1943) davanti al mitico Pizzaballa (Bergamo 1939). Finì 0-0 perché sull’altro versante Corsini (Bergamo 1933-2009), Spanio (Chioggia 1943) Pavinato (Vicenza 1934) e Giagnoni (Olbia 1932) non fecero correre grossi rischi a Bandoni (Ponte a Moriano 1939) annientando i tentativi di  Taccola (Uliveto Terme 1943- Cagliari 1969), Enzo (Cavallino 1946) e Jair (Osasco di San Paolo-Brasile 1940). A  fine stagione Bagatti finisce alla corte dell’Inter in un megascambio che porta in nerazzurro anche il portiere Girardi ( Belfiore 1946) e Salvemini (Molfetta 1942) in cambio dell’altro portiere Barluzzi  (Belluno 1935) e del cartellino completo di  Buoso (Santo Stino di Livenza 1948) e Monaldi (Porto Recanati 1947). In nerazzurro l’allenatore Foni (Udine 1911-Breganzona Svuzzera 1985, campione del mondo con l’Italia nel 34 e nel 38, mai escluso da Pozzo si diceva perché come maestro di tennis andava a villa Torlonia a dare lezioni a Mussolini…) aveva diversi attaccanti. Oltre a Jair (sempre Brasile ma diventato nel frattempo Santo Andrè di San Paolo 1940: meraviglie delll’almanacco Panini) e Domenghini (Lallio 1941) sulle fasce e Mazzola (Torino 1942) al centro, c’era Vastola (San Valentino Torio 1938), che ancora si faceva valere, sia in campionato che in Coppa Italia dove segnava sempre; Bobo Gori (Milano 1946) che  sappiamo bene cosa valesse in quanto a tecnica e che era appena tornato da due buonissimi anni al Vicenza; poi c’era la rivelazione Spadetto (Caerano San Marco 1950), più giovane di un anno rispetto a Bagatti, particolarmente indigesto al Cagliari per aver esordito e messo a segno un gol contro i rossoblù nel 4-0 finale che costituì la peggior uscita in quel campionato per la squadra di Scopigno (fu l’unica sconfitta nel girone d’andata che il Cagliari chiuse come campione d’inverno con 10 vittorie, 4 pareggi e quell’unico ko appunto).  Come se non bastasse, l’Inter doveva riportare a casa il raccomandatissimo Reif (Spinea 1946) figlio del noto giornalista, per cui nel giro di un anno, Bagatti si trovò dalle luci di San Siro (la cui erbetta peraltro non calpestò mai in gare di campionato) a quelle decisamente meno scintillanti dello stadio dei Fiori di  Valdagno nel Marzotto, nella squadra che anni prima aveva lanciato il portiere Anzolin (Valdagno 1938- Valdagno 2017) e che nel frattempo era scesa in C. Come a dire: da Mazzola e Domenghini a Rossetto e Santagiuliana (peraltro ci giocava il giovane terzino Berti (Valdagno 1950) che avrebbe fatto una onesta carriera col Vicenza). La stagione non è fortunata e la squadra retrocede per peggior differenza reti nei confronti del Monfalcone. Bagatti segna 7 reti non sono tante ma sono quasi un terzo dell’asfittico attacco veneto e convincono l’Udinese a prenderlo. Anche i friulani militano in C, ma con ben altre mire. Bagatti ritrova il portiere Miniussi (Trieste 1940- Cervignano del Friuli 2001), che aveva avuto compagno nell’Inter, ci sono ancora gli anziani Giacomini (Udine 1939) e Galeone (Napoli 1941) che di lì a poco cominceranno la carriera di allenatori, Caporale(Moimacco 1947) che giocherà con Bologna, Torino e Napoli arrivando allo scudetto e qualche giovane come Tuttino (Vissandone 1951), Sperotto (Breganze 1950) e Leonarduzzi (Sedegliano 1951)  che troveranno il modo di mettersi in luce. La classifica finale non è esaltante, ma le 10 reti di Bagatti convincono Giussy Farina ad acquistarlo per il Vicenza. Così come all’andata dall’Inter al Marzotto, anche stavolta l’attaccante fa un doppio salto, stavolta inverso, per risalire dalla C alla A. A Vicenza tanto per cambiare il reparto offensivo è ricco: c’è il sempiterno Maraschi (Lodi 1939) che l’anno dopo sbarcherà a Cagliari e quindi continuerà ancora a segnare con la maglia della Sampdoria; il ciglioso e accigliato Turchetto (Cordovado 1944), il sempiterno Ciccolo (Taranto 1940), arretrato spesso a centrocampo, e la numero 7 è di Oscar Damiani, Giuseppe per la Panini (Brescia 1950). Bagatti ritrova Cece Poli (Breganze 1945), conosce l’ex rossoblù De Petri (Udine 1947) e il futuro allenatore dei portieri rossoblù Bardin (Schio 1944). Ma più di tutti ammira le genialate di Ezio Vendrame (Casarsa della Delizia 1947). L’allenatore Menti lo tiene per un po’ in naftalina, poi gli dà spazio, o meglio è Sergio che se lo conquista. Personalmente dopo aver scoperto dall’album delle figurine che è uno dei nostri, faccio un tifo sfegatato per lui e quando il giorno prima del mio undicesimo compleanno il Torino di Gustavo Giagnoni sbanca il Sant’Elia con Bui e Pulici, l’unica consolazione arriva da Tutto il calcio minuto per minuto, quando Roberto Bortoluzzi  (immagino la domanda, ma anno e luogo di nascita vale solo per i calciatori please, se notate in alto neppure per Augusto Ditel che pure so essere un Olbia 1951) dallo studio annuncia il punteggio e i marcatori nei campi non collegati: “A Bologna, primo tempo, Bologna 0 Vicenza 1: la rete al 29’di  Bagatti!”. La partita finirà 3-2 per gli emiliani, ma quell’emozione ancora me la ricordo. Così come andai fiero dell’altro gol di Bagatti in serie A: scelse il San Paolo per agguantare il vantaggio del Napoli di Altafini (Piracicaba 1938) – Segnò all’80’ e chissenefrega se tra i pali non c’era Zoff (Mariano del Friuli 1942, il suo compleanno è fra poche ore) infortunato ma il secondo, il rarissimo (nelle figurine) Marcello Trevisan (Montecchio Maggiore ,come Biasiolo, 1942).  La carriera proseguì ma quello che volevo raccontare l’ho detto adesso. Ci tenevo. Grazie Sergio e ancora auguroni!!!

Annunci

Romagna ambasciatore della Sardegna alla DS

Gia’ trovare un giocatore del Cagliari ospite alla Domenica Sportiva non e’ roba da tutti i giorni, e solo questo e’ un motivo di soddifazione. Vedere poi un giovane di vent’anni (21 a maggio, 54 presenze nelle varie nazionali giovanili, ma questo non c’entra) come Filippo Romagna fare un figurone, non solo con i congiuntivi, ma nel superare sempre con eleganza i tranelli che si nascondono dietro domande solo apparentemente innocue (avete notato che e’ riuscito a mettere Cagliari e Juve sullo stesso piano quando gli chiedevano insistentemente del fascino della Vecchia Signora?) e’ stato piacevolissimo. In pochi minuti oltre a esaltare la squadra rossoblu e i compagni (ha promosso Barella, Farago’ e Cragno come un esperto diesse che vuol far crescere la quotazione dei suoi), e’ stato un ottimo spot per la citta’ e per la Sardegna. Bravo Filippo, e’ stato un vero piacere ascoltarti

Un sentito grazie a Sassuolo e Cagliari dal sottoscritto

Non c’è stata partita, su questo credo che non si possa discutere. Colpa o merito dello 0-4 subito dalla Spal nell’anticipo con il Milan che ha indotto Cagliari e Sassuolo a lucrare sull’ennesima battuta d’arresto della squadra di Ferrara, terz’ultima in  classifica. Sia rossoblù che emiliani hanno guadagnato un punto sulla zona della disperazione (il vantaggio è salito a 8 lunghezze per il Cagliari e a 6 per il Sassuolo) e sono tutti felici e contenti. Giusto o sbagliato? Ognuno si farà la propria idea, personalmente anziché aspettare le 14,30 per sedermi a tavola l’ho fatto un’ora prima. Non fatemene una colpa: vorrei vedere voi se vostra suocera vi preparasse pasta al forno con funghi porcini, salsiccia arrosto serissima, aragosta alla catalana da capogiro, gamberoni da urlo, e se la sua amica, la mitica Elsa (per tutti Elsarawy), vi facesse recapitare all’ora esatta un vassoio di zeppole calde calde preparate con acquavite di San Gavino per il dessert. Io ci ho provato a rinunciare, ma la voce deve essere arrivata sino a Reggio e i giocatori allora sono stati carinissimi: “Vai Nanni, vai. Tranquillo. Faremo in modo da non farti perdere nulla”.

Con Bruno Pace se n’è andato uno dei nostri

Cinque anni, sette mesi, 11 giorni (11 scritto in cifre non a caso). E’ il tempo esatto che impiegai per venire in questo mondo e vedere tutti assieme: 1) il primo gol di Riva in diretta; 2) il primo rigore trasformato da Riva in serie A, ancora in diretta; 3) la prima tripletta di Riva in serie A, sempre in diretta. Potevo considerarmi un privilegiato se il bomber aveva atteso proprio me e la mia prima volta allo stadio (Amsicora) per centrare tutti quegli obiettivi. Tra l’altro proprio la domenica precedente il portiere milanista Mantovani gli aveva respinto il primo tentativo dal dischetto che consentì ai rossoneri di strappare un pareggio, e quindi potete immaginare la veemenza con cui batté   Rino Rado (che bello per noi bambini pronunciare quel nome e cognome tutto attaccato) dal dischetto. Non contento del gol (il terzo di giornata) riprese la palla rimbalzata dopo aver colpito la rete, e la scagliò nuovamente in porta per la seconda volta, stavolta ancora più violentemente, quasi fosse arrabbiato per non averla sfondata al primo tentativo. Ma quel 2 ottobre 1966 fu anche la prima volta di Boninsegna all’Amsicora (Bonimba aveva già segnato al debutto rossoblù a Lecco due domeniche prima e contro gli emiliani segnò il terzo gol). Insomma, quel 4-0 finale al cospetto di campioni che venivano da un perentorio 5-0 rifilato sette giorni prima al Foggia e che rispondevano ai nomi di Bulgarelli, Haller, Nielsen e compagnia non era solo un successo schiacciante, ma anche uno spartiacque, un vero e proprio passaggio di consegne tra il Bologna che aveva vinto il tricolore tre anni prima e che fino all’infausta Corea di pochi mesi prima formava la colonna portante della nazionale, e il Cagliari del nuovo allenatore Scopigno che l’avrebbe vinto tre anni dopo e si apprestava a diventare la squadra più forte del reame. Tra l’altro pur assente in quel confronto, era sempre il Bologna di Ezio Pascutti, proprio colui che non volle Gigi Riva fra i piedi ai Mondiali inglesi e per accontentare il quale Mondino Fabbri escluse Brenno Rombodituono dall’elenco dei convocati per la Coppa Rimet del 1966, portandolo solo come turista e andando incontro alla più grande catastrofe calcistica della storia azzurra. Eguagliata solo 51 anni e 4 mesi dopo da Giampiero Ventura con l’eliminazione subita ad opera della Svezia e la mancata qualificazione al mondiale russo. L’ho presa decisamente alla lontana per ricordare Bruno Pace, scomparso ieri. Pace era l’altro numero 11 rossoblù in campo quel giorno, al debutto in serie A. Era stato un esordio lungamente atteso il suo, perché Pace a Bologna era arrivato già da quattro anni dalla sua Pescara, ma pur risultando nella rosa della squadra che vinse il tricolore del ‘64 con Bernardini e anche in quella dell’anno precedente, non era sceso mai in campo in due anni. Per festeggiare l’agognata prima volta tra i grandi dovette mangiare ancora due stagioni di pane duro, prima in C a Prato e poi in B a Padova, e soltanto dopo il tecnico argentino Carniglia gli diede finalmente la grande chance, curiosamente nel giorno peggiore per i suoi. Per noi bambini cagliaritani Pace era dunque un amico, uno dei nostri, semplicemente perché nell’album dei calciatori i dati della sua carriera sarebbero stati per sempre accompagnati a quella frasetta che ci riempiva di orgoglio. Esordio in serie A a Cagliari il 2-10-1966: Cagliari-Bologna 4-0. E se il nome di Bruno Pace alle nuove generazioni dice poco, val la pena ricordare come pur non diventando un grande campione la sua carriera l’ha fatta eccome. Otto campionati di serie A (sei a Bologna, uno a Palermo e uno a Verona) con 148 partite e 5 reti, una coppa Italia e un torneo Anglo-Italiano in bacheca da protagonista. Segnava poco (stranamente più in Europa che in campionato) ma era un giocatore mancino molto tecnico, capace di creare almeno un assist a partita. L’omologo di Claudio Sala per certi versi, sulla fascia opposta. Non a caso era stato anche lui un poeta del gol qualche anno prima del granata che era del 1947, quindi più giovane di quattro anni. Fece bene anche da allenatore dove partì da Modena vincendo un campionato di C e poi saltò direttamente in A con Catanzaro e Pisa. In Calabria ottenne un grandissimo settimo posto nell’81-82, poi l’anno dopo mise in panchina un certo Claudio Ranieri, uno dei senatori che gli fece la guerra e alla lunga lo fece saltare. Ma le cose andarono comunque male perché la squadra, affidata a Leotta (non è dato sapere se parente della giornalista) finì ultima. Ragazzo estroverso, si racconta che a Bologna il buon Bruno Pace facesse impazzire Oronzo Pugliese, il quale una volta si appostò fuori dall’uscio per vedere se era vero che il suo giocatore facesse una vita fuori dai canoni del professionista, avendo raccolto voci insistenti di continui via vai di belle fanciulle dal suo appartamento. Accecato dall’ira, Pugliese si attaccò al campanello sin quando l’assonnato Bruno Pace aprì la porta. Il buon Oronzo entrò di filato per individuare il corpo (è proprio il caso di dirlo) del reato, ma né sul letto, né da nessun altra parte trovò quel che cercava. Pace gli chiese: “mister che c’è?”. E il mago di Turi per niente smontato dal fallimento gli rispose con una domanda: “Dov’è la botola?”. Cercava il nascondiglio, una soffitta o una cantina, ma gli andò male. A Bologna e Pescara per un mese non si parlò d’altro.

Quando Vicini elogiò il giovane Greco

Un lettore giustamente mi rimprovera per non aver ricordato Azeglio Vicini. Riprendo, amplio e correggo parzialmente la risposta frettolosa che gli ho dato su fb. Avevo avuto modo di intervistarlo almeno quattro volte (me ne sono ricordato un’altra), di cui una telefonicamente (cosa impensabile oggi). A Cagliari venne in tribuna per assistere a una gara di cartello del campionato cadetto tra i rossoblù di Ranieri e il Pisa di Simoni. Alla fine del campionato entrambe le formazioni salirono a braccetto in A, ma quel giorno al Sant’Elia i rossoblù vinsero 1-0 e tra i protagonisti ci fu il giovane regista Alfonso Greco che venne elogiato pubblicamente proprio dal Ct. Greco, classe 1969, cresciuto nella Lazio dove aveva già conosciuto la serie A, venne per così dire creato e bruciato dal diesse Carmine Longo, che qualche tempo dopo lo mise nel libro nero per averlo trovato in atteggiamenti per così dire troppo confidenziali con un’amica nei parcheggi dell’aeroporto in attesa dell’imbarco per una trasferta. Il giovane non fu certo fortunato, prima di tutto perché non immaginava di aver parcheggiato proprio lungo l’itinerario del dirigente campano, e poi perché un altro si sarebbe fatto i fatti suoi. Longo invece non fu di quell’avviso e Greco si ritrovò nelle categorie inferiori anche per le conseguenze di un infortunio al ginocchio che lo bloccò sul più bello. Vicini tornò a Cagliari per un’amichevole Italia-Argentina e in conferenza stampa nei giorni che precedettero l’incontro disse che Baggio (alle sue prime convocazioni in azzurro) avrebbe potuto puntare in futuro al Pallone d’oro. Io, che ero tifosissimo di Baggio perche’ l’avevo segnalato a Riva quando era dirigente del Cagliari nell’ottobre 84 (ricordo che la società aveva esonerato o stava per esonerare Veneranda) quando aveva appena debuttato in C nel Vicenza, corsi dalla sala stampa dove Vicini era in conferenza a un’altra saletta dove parlava proprio Baggio. E quando gli comunicai quella dichiarazione del Ct fece un sorriso al tempo stesso sereno e compiaciuto, non meravigliato (infatti poi il Pallone d’oro lo vinse). Intervistai poi Vicini in privato perche’ dovevo scrivere una pagina su Virdis e gli chiesi come mai proprio lui che lo aveva fatto debuttare nella nazionale Juniores e nell’Under 21 non gli avesse mai dato l’onore del’esordio in quella maggiore. Mi rispose che quell’esordio l ‘avrebbe meritato per la carriera ma ormai era vecchio. In effetti solo altri tre centenari del gol in A (lui ne fece 101) non hanno vestito l’azzurro in tutta la storia della nazionale:  Bettini, un laziale che diede il nome alla Bettini Quadraro, società molto conosciuta a livello giovanile; l’interista Armano e dopo Virdis toccò a Nick Amoruso . La risposta era corretta anche se chissà perché ebbi come la sensazione che non ci fosse buon sangue tra i due o per meglio dire grande stima da parte del Ct nei confronti del giocatore originario di Sindia (parere del tutto personale beninteso). Sentii ancora Vicini nella conferenza stampa della sfida con l’Inghilterra che chiuse Italia 90 per la nostra nazionale. Come tutte le finaline per il terzo posto non c’era grande entusiasmo quel giorno al San Nicola di Bari, casa del presidente federale Matarrese. L’Italia era stata eliminata ai rigori dall’Argentina in semifinale per la papera di Zenga sul gol di Caniggia e gli errori dal dischetto di Donadoni e Serena. Nessuno ci credeva dopo che tutto il mondo ci aveva dato favoriti per la vittoria finale. Quel giorno vinse contro la formazione di Robson che al contrario era ormai appagata dopo lo splendido e inaspettato mondiale, il migliore dalla vittoria in casa del 66, grazie anche ai gol di Gary Lineker. Vicini rivendicò in quell’occasione i meriti dei suoi per il bel torneo, ma lasciò in tutti l’impressione di sentirsi un magnifico perdente, visto anche quel che era successo due anni prima all’Europeo. Impressione sbagliata, sicuramente, di lui mi ha parlato più volte e in termini più che lusinghieri Beppe Tomasini, che debuttò in A col Brescia proprio con Vicini allenatore. “Ho avuto solo grandi tecnici – dice spesso Tomas con orgoglio – Vicini, Scopigno e Tommaso Maestrelli che mi volle alla Reggina. Quelli sì che se intendevano”.

Cagliari periodico con la Spal: un altro 2-0 dal sapore dolcissimo

Il Cagliari fa pace con la Sardegna Arena e questa è la prima notizia. Bissando con la Spal il 2-0 dell’andata porta a sette punti il distacco sulla zona retrocessione, e questa è la notizia più importante. Esce dal campo con la porta imbattuta per la quarta volta in 23 partite e questa è la notizia più rassicurante. Scopre per la seconda volta in 7 giorni che il regista Cigarini è determinante in zona gol, e questa è la notizia più sorprendente. Sau ritrova la rete a una manciata di secondi dall’ingresso in campo e questa è la notizia più attesa. Tutto il resto è noia. Ora si va a Sassuolo per dare il colpo di grazia al povero Iachini (sempre che non glielo abbia dato il 7-0 della Juventus). Bello però stare alla finestra senza patemi.

Lo stop di un mercato dispettoso che toglie 8.8 milioni dalle casse del Cagliari e crea problemi di abbondanza

Sette attaccanti per due posti sono tanti e con Lopez che non intende cambiare il modulo di gioco perché il 3-5-2 gli ha dato gli equilibri che cercava la situazione non sarà delle migliori. Aggiungiamo Deiola che non parte, Miangue che non parte, Van der Wiel che non parte. Gestire gruppi numerosi non è mai una bella cosa per un allenatore, perché inevitabilmente molti devono rimanere fuori e i malumori si sprecano. Da un punto di vista economico poi il “bagno” per la società non è indifferente. Prendere 8 milioni dal Sassuolo per Farias sarebbe stato un bel colpo, senza contare che il brasiliano è un esterno e quindi da qui a giugno col modulo di Lopez vedrà inevitabilmente sminuita la sua quotazione. Aggiungiamo che sino alla fine del campionato il Cagliari dovrà pagare due ingaggi in più (quelli di Farias e Giannetti appunto che erano stati considerati partenti) che al lordo significano altri 800mila euro. Morale della favola: perdita secca di 8,8 milioni di euro, squadra che ritrova Han (ecco la nota lieta), che aggiunge il giovane Caligara a Castan, Lycosgiannakis e Ceter (sono partiti Capuano e Melchiorri), ma che ha problemi di abbondanza. Resto dell’idea che se il mercato di gennaio non fosse partito per il Cagliari sarebbe stato meglio.