Grazie Burgnich e grazie Sconcerti

Detestavo amabilmente Mario Sconcerti da molto tempo e non solo perché poco meno di vent’anni fa, quando lavoravo alla Nuova Sardegna, si rimangiò la parola data al sottoscritto non una ma ben due volte, facendomi saltare un’assunzione al Corriere dello Sport che per lui era già fatta, come aveva avuto modo di dirmi prima di persona nella redazione romana del giornale, e ribadirmi una settimana dopo al telefono quando mi chiamò per tranquillizzarmi (“E’ solo questione di giorni, l’editore sta cercando un momento libero”). Salvo poi sparire e liquidarmi quando lo cercai un mese dopo, affermando con tono paternalistico che probabilmente avevo corso troppo. Non gli perdonavo neanche l’autocelebrazione (si considerava uno studioso del calcio ma aveva cominciato un po’ tardi e certe lacune di base gli erano rimaste, come a quegli alunni che cercavano di recuperare sul Bignami  anni di indifferenza nelle materie da presentare). E non ritenevo che fosse l’uomo giusto per sostituire  Giorgio Tosatti come opinionista principe del calcio su radio e tv. Non tanto sul piano della competenza specifica,  più che apprezzabile, semmai su quello storico e statistico, campi – soprattutto quest’ultimo-  nei quali il predecessore si era costruito buona parte della sua autorevolezza. Ebbi la conferma del bluff quando Sconcerti pubblicò un libro dal titolo molto impegnativo “Storia delle idee del calcio” sottotitolo: uomini, schemi e imprese di un’avventura infinita.  Fui anche sfortunato (io o lui, fate voi) perché cominciai la lettura aprendo una pagina a caso, la 177,  dove alla quinta riga dopo il primo capoverso scriveva: “Quando con Cera e Niccolai andiamo alla finale mondiale col Brasile, veniamo invece travolti perché Nilton Santos e Jairzinho, sulla destra, sono sempre in superiorità numerica”.  Inutile dire che Niccolai non giocò mai quella finale perché era uscito dal campo solo dopo 37’ dall’inizio del mondiale messicano, contro la Svezia, in seguito a un intervento di Ove Kindvall che gli aveva fatto saltare la caviglia già infortunata. Il povero Rosato aveva giocato il resto di quella gara e le successive con Uruguay, Israele, Messico, Germania (eccetto i supplementari dove venne sostituito da Poletti), fino alla citata finale col Brasile, quando scambiò la sua maglia con quella di Pelè, mettendola poi all’asta tanti anni dopo e ricavandone una bella cifra. Ed è anche inutile dire che Nilton Santos giocava sulla fascia sinistra e non su quella destra, e aveva chiuso con la casacca verdeoro al termine del mondiale cileno di otto anni prima!

Ma questo lungo preambolo poco simpatico viene per me cancellato dall’articolo odierno che il figlio di Adriano – un ottimo manager di pugilato degli anni sessanta (con lui Mazzinghi era diventato campione del mondo) – ha firmato sul Corsera. Nel pezzo riservato alla nazionale di tutti tempi (nella quale avrei messo Bruno Conti al posto di Causio e Meazza al posto di chi volete voi), Mario Sconcerti a proposito di Riva, indiscusso titolare della numero 11, cita una bellissima frase di Roccia Burgnich passata ingiustamente nel dimenticatoio e descrittiva come poche: “Quando lo vedeva partire, Burgnich diceva che gli sembrava di sentire il rumore di un popolo che migrava”. Grazie Burgnich e grazie Sconcerti che l’hai ricordata.

C’è vittoria e vittoria, questa vale di più

Col Chievo era arrivata una sconfitta senza che la squadra veronese avesse fatto molto per meritare i tre punti, e quindi non è davvero il caso di fare gli schizzinosi se il successo odierno con l’Udinese bestia nera del Cagliari negli incontri al Sant’Elia (sette vittorie, sette pari e sette sconfitte nei 21 precedenti in A) ha preso forma grazie anche a un calcio di rigore (ineccepibile peraltro) e a due pali degli ospiti. La sesta vittoria rossoblù ha però una valenza decisamente superiore rispetto alle precedenti, perché il rischio di uno scollamento era reale dopo le scoppole subite e lo stesso ko di misura del turno precedente. L’ubriacatura che aveva fatto seguito al successo di Milano con l’Inter aveva prodotto quattro sconfitte su cinque partite e nonostante la classifica fosse sempre ben al di sopra della linea di galleggiamento, il bivio offerto dalla partita con l’Udinese non offriva molte vie d’uscita. Averlo superato con i tre punti in tasca rimette tutto in ordine, e soprattutto mette il Cagliari nella parte sinistra della classifica. Credo che stavolta basti e avanzi

Chi la fa l’aspetti. Con annessi dispetti

Si vabbè, li avevo definiti “i lenti a contatto”, ma non era il caso di vendicarsi in questo modo. Anche perché, sto andando a memoria, mi sembra che le tre-quattro volte che Bruno Alves e Salamon hanno giocato assieme il Cagliari abbia perso regolarmente. Davvero non immaginavo potessero essere così vendicativi. Beh, non ci crederete ma da quando ho osato quell’accostamento, ho perso ben tre lenti a contatto nel giro di poco più di un mese. E per me che soffro di cheratocono a entrambi gli occhi non è esattamente piacevole. Per capirci: quando mi aggiro con gli occhiali rischio regolarmente di dire “buongiorno signorina” al sosia dell’ispettore Derrik che ogni giorno accompagna la nipotina nella stessa scuola dei miei. Filippo, il mio ottico di fiducia che conosco da circa trent’anni, non sa se essere più contento per gli incassi o più dispiaciuto per il sottoscritto. Cerca di venirmi incontro praticandomi sconti direttamente proporzionali al numero di volte che mi reco a trovarlo, ma ha capito che tra un po’ continuando di questo passo sarà lui a dovermi dei soldi. Ma questo è ancora niente. Adesso, lo confesso ho una paura fottuta di tornare a casa per pranzo, salutare la famiglia e sentirmi dire: “curioso, mi è sembrato di sentire la porta d’ingresso e la voce di babbo che salutava. Ma quando torna?”. Mannaggia a me che ho definito Munari “l’uomo invisibile”.

Rastelli e quella fiducia a Storari e Munari: peggio per lui

Il Chievo ha fatto di tutto per non vincere, il Cagliari però è riuscito a fargli cambiare idea. Dice: “Ma che poteva fare il portiere se l’avversario era tutto solo?” Sarà, ma Storari dopo aver tenuto la pessima media di un gol subito ogni 33′ giocati (neanche i Marruocco e Capecchi di salerniana memoria avrebbero potuto far peggio), stavolta l’ha un po’ sollevata solo perchè ha preso un tiro e un gol. Peggio per Rastelli a questo punto che continua a crederci. Credo che il tecnico a prescindere dalle scelte opinabilissime sia destinato a lasciarci le penne in primis per questa fiducia su un giocatore che ha già dato. Ps: giustamente Alessandro mi faceva osservare un’altra fiducia mal riposta del tecnico: quella per Munari. Faccio ammenda per essermene dimenticato, ma questo giocatore ha la capacità unica di passare così inosservato in campo (per questo una volta lo definii “l’uomo invisibile”) che spesso pur senza volerlo faccio a meno di citarlo.

Quando Eraldo fece invidia persino a Facchetti

A metà degli anni Settanta, quando il Cagliari d’oro concludeva mestamente il suo ciclo, avevo rifatto il testo della canzone del Gigante della pubblicità Ferrero che metteva in riga Jo Condor . Nella mia mente bacata di dodicenne irrequieto, il cattivo era personificato da Andrea Arrica che dopo essersi preso i giusti meriti per aver costruito quello squadrone, stava subendo gli improperi dei tifosi per i risultati che ahimè non arrivavano più. E manco a dirlo Gigi Riva era il “Gigante… pensaci tu” della celebre canzoncina, uno degli spot preferiti su Carosello. E parafrasando il testo originale, il Bomber in risposta alle lamentele chiedeva: “Cos’ha di nuovo combinato quel cattivone di Arrica?”. A quel punto rispondeva il coro dei tifosi delusi: “Ha venduto Albertosi, che para tiri portentosi… ha venduto Martiradonna, che agli avversari metteva la gonna…. Ha venduto Cera, che era una bandiera… ha venduto Greatti, anche se giocava a tratti… ha venduto Gori, che ci azzecca anche da fuori… ha venduto Domenghini, che fa felici grandi e piccini.. ha venduto Mancin tichitichitichitin…” I nomi potevano cambiare, se ne aggiungevano sempre di nuovi con nuove rime baciate, ma in chiusura doveva esserci sempre lui, Eraldo Mancin. E per tantissimi bambini sardi che come me avevano la passione dell’Album delle figurine, e con quello avevano affinato  la tecnica per imparare a leggere, la sua scheda era un refuso. Porto Tolle, suo luogo di nascita (nella frazione di Polesine Camerini), per il sottoscritto era in realtà un Porto Torres storpiato. Eraldo era nato lì in provincia di Rovigo nel 1945, e al pallone si era dedicato grazie anche agli incoraggiamenti del nonno Antonio. Si era messo in evidenza nel Venezia che lo aveva preso a 15 anni dal Contarina (patria di Rimbano, altro terzino sinistro di qualche anno più giovane), dove aveva già giocato in Promozione, e venne fatto debuttare in B diciottenne. Sempre in laguna, dopo un campionato a Verona, tornò per giocare titolare in serie A a 21 anni. Esordio col Milan, subito in gol con Rivera e poi al raddoppio con Lodetti. Marcò in quell’occasione Amarildo (poi suo compagno a Firenze) che gli diede parecchio filo da torcere e con qualche colpo proibito gli insegnò – parole sue  – “a… sopravvivere nel calcio dei grandi”. Era il Venezia del coetaneo Ferruccio Mazzola (Mazzola II), arrivato in prestito dall’Inter di HH e presentatosi con due gol nelle prime due partite: ma era anche la squadra dell’ala sinistra Pochissimo, uno dei nomi che più faceva divertire noi bambini per la sua stranezza. Quell’anno, torneo 66-67, Mancin fece la sua conoscenza con l’Amsicora alla settima giornata, e non fu un ricordo da tramandare ai posteri. I rossoblù passati nell’estate dalla guida di Silvestri a quella di Scopigno, stapparono un inizio di campionato prodigioso non solo per il record iniziale di imbattibilità di 712’ stabilito da Reginato, ma anche per le due quaterne consecutive interne ( a zero) rifilate prima al Bologna e poi proprio al Venezia. In fotocopia i primi tre marcatori (Riva-Riva-Boninsegna), cambiava solo l’ultimo (sempre Riva contro gli emiliani, Greatti contro i veneti). Per Eraldo non fu un gran pomeriggio, ma niente in confronto al 2-6 rifilato a domicilio dalla Fiorentina qualche settimana dopo. Due gol portarono la firma di uccellino Hamrin, il suo uomo, ma paradossalmente quell’anno nonostante la retrocessione doveva rivelarsi per Mancin foriero di soddisfazioni visto che al termine della stagione fu proprio la Fiorentina yè yè di Chiappella ad acquistarlo dietro suggerimento di Segato, l’allenatore che l’aveva fatto debuttare in A, ex gloria viola nello scudetto del 56 con Bernardini. Un campionato di apprendistato con il primo gol in A realizzato a Valsecchi dell’Atalanta (vittoria viola per 1-0) e poi lo scudetto con Pesaola in panchina, sì proprio quello ottenuto ai danni del Cagliari che si era fatto superare dopo aver ottenuto il titolo di campione d’Inverno, Mancin giocò 29 partite su 30 (saltò solo la trasferta di Vicenza per squalifica). In Sardegna arrivò insieme a 185 milioni di conguaglio per una sorta di scambio tra esautorati: da un lato lui fatto fuori da Pesaola dopo un diverbio, dall’altro Longoni fatto fuori da Scopigno dopo che in una partita con la Roma il compianto mancino dai polpacci inverosimili  aveva disatteso il suo ordine di marcare Peirò. Mancin ottenne un bis immediato anche se masticò amaro perché incappò nella migliore stagione di Zignoli che in tutto il campionato nello stesso ruolo non fece mai segnare l’avversario diretto. Pur partendo titolare quella stagione (tre su tre in Coppa Italia e debutto in campo dall’inizio nella prima giornata a Genova con la Sampdoria), perse il posto (“presi male quel trasferimento e non ci misi la giusta concentrazione così finii in panchina. Poi invece quell’arrivo a Cagliari fu la mia fortuna perché mi trovai a meraviglia sia dentro che fuori dal campo”) e giocò alla fine solo 8 volte (divennero 21 con le 2 gare in Coppa delle Fiere, poi Coppa Uefa e attuale Europa League, e le 11 presenze con un gol in Coppa Italia dove fu sempre presente)  ma si consolò pensando che in fondo a lui era andata bene (due scudetti in due anni) al contrario di Pino Longoni che di quei due tricolori non ne ottenne neanche uno. Avevo 9 anni ma già fantasticavo su formazioni e scelte del tecnico, chiedendomi come mai Scopigno lo impiegasse col contagocce. E ricordo come fosse ieri la gioia dopo un pomeriggio trascorso a letto con la febbre senza avere notizia di un Cagliari-Roma ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia.  Per la verità il mio problema maggiore era quello di sapere se fosse sceso in campo Riva che solo tre giorni prima aveva segnato in azzurro a Madrid contro la Spagna (2-2, la partita degli autogol di Salvadore che, ironia della sorte, spalancarono a Niccolai le porte della nazionale) e che veniva dato in dubbio. Peraltro dopo la vittoria dell’andata all’Olimpico per 1-0 il passaggio era quasi assicurato. Dovetti attendere il telegiornale della sera (fu mio padre a darmi la lieta novella) per sapere che i rossoblù avevano vinto 2-0 con un gol di Mancin e il raddoppio del  Bomber. Il buon Eraldo dopo aver giocato il primo tempo nel suo ruolo consueto di terzino sinistro fluidificante, venne spostato in avanti sulla fascia dopo l’ingresso di Zignoli al posto di Greatti che era uscito per un affaticamento muscolare (al tempo c’era solo un uomo in panchina oltre al portiere di riserva). Dall’anno seguente, anche per il ritorno alla base milanista di Zignoli, Mancin divenne titolare, centrando il record dell’unico terzino a fare tripletta in serie A, cosa che non riuscì neanche al suo idolo Facchetti. Accadde col Verona all’ultima di campionato il 23 maggio del 1971 (4-1). Quello che molti non sanno è che quel giorno diversi osservatori delle grandi squadre erano giunti al Sant’Elia per il giovane Bergamaschi, reduce a soli 20 anni dalla prima stagione da titolare nel massimo torneo. Ma dopo aver visto la tripletta di colui che l’avrebbe dovuto marcare, mollarono quella pista chiedendo lumi sul prode Eraldo Mancin che naturalmente venne considerato incedibile da Andrea Arrica. Per inciso Bergamaschi sarebbe poi approdato al Milan dopo un paio d’anni, senza mai incidere, e poi una volta smesso di giocare divenne titolare di una tabaccheria e casellante all’autostrada prima di tornare nel calcio come tecnico nel settore giovanile dell’Hellas. Fece comunque una discreta carriera in A, anche se gli sarebbe rimasta per sempre la descrizione fatta da un giornalista che andava per la maggiore in quel periodo: “Bergamaschi? Bravo, bravo, se può dirsi così di uno che sembra sempre correre sulle uova”. Mancin intanto sembrava diventato un bomber. Appena sette giorni dopo il magico tris segnò infatti il gol vittoria del Cagliari in Inghilterra contro l’West Browmich Albion (2-1 nel torneo Anglo-Italiano). “Quell’anno segnai più del centravanti che non era uno qualunque ma Bobo Gori” mi raccontò orgoglioso in un messaggio privato su Facebook.  Mai una parola sopra le righe, era per tutti il compagno ideale. “Il calcio mi ha dato tanto senza che gli chiedessi qualcosa” era la sua massima di uomo mite, buono e dedito alla famiglia. Proprio per amore di sua moglie e dei figli rinunciò senza mai pentirsi alla carriera da allenatore professionista. Aveva viaggiato troppo da calciatore e voleva star loro vicino. In rossoblù in sei anni mise insieme 114 gare di campionato, oltre 150 in tutto e segnò altri due gol (Vicenza e Sampdoria). A Pescara altre tre stagioni con due promozioni in A (una ottenuta agli spareggi insieme all’Atalanta proprio a discapito del Cagliari) e una retrocessione in B. Chiuse in C vicino a casa sua col Mestrina. Per lui 216 partite e 6 gol in serie A. Oltre al record dell’unico difensore capace di realizzare una tripletta nella massima serie, detiene con tre campioni del calibro di Giovanni Ferrari, Roby Baggio e Andrea Pirlo (nonché il portiere Riccardo Toros e l’altro ex rossoblù Alessandro Orlando) l’altro primato di aver vinto due scudetti consecutivi con due maglie diverse. E il terzo primato lo divide con l’allenatore Bernardini, perché vincere due scudetti è già una bella cosa ma vincerli con due squadre provinciali (Fiorentina e Cagliari per lui, sempre Fiorentina e Bologna per il celebre Fuffo) è davvero il massimo. Un altro degli eroi dello scudetto ci ha lasciato, poco tempo dopo Nenè. Prima di loro i giocatori Martiradonna, Zignoli, Tampucci, i dirigenti Corrias, Arrica, Marras, Delogu, Bellu, Ferrari, Carro; gli allenatori Scopigno e Conti, i massaggiatori Viganò e Duri. Ciao Eraldo, a Verona col Chievo il Cagliari giocherà col lutto al braccio per ricordarti.

A Lapadula basta un gol in A per andare in nazionale. L’importanza di un buon procuratore

Su 12 partite ne ha giocate solo 2 da titolare, nessuna per 90’,  ha raggranellato appena 6 presenze e segnato la miseria di 1 gol. Eppure dopo la prima rete in serie A, giunta peraltro all’età di 26 anni (non stiamo parlando quindi di un talento precoce), sono trascorse meno di 24 ore perché giungesse la chiamata in nazionale. Davvero singolare il destino di Gianluca Lapadula, doppio passaporto italiano e peruviano per via della madre sudamericana. E pensare che un calciatore del calibro di Pietro Paolo Virdis la nazionale maggiore non l’ha mai vista nonostante abbia segnato più di 100 gol in serie A. Altri tempi, allora non c’erano i procuratori che sancivano le carriere di giocatori, tecnici, allenatori (Ct delle nazionali compresi), direttori sportivi, presidenti. Potrei aggiungere arbitri e giornalisti, come ci hanno insegnato le intercettazioni del 2006. Già calciopoli, sono passati dieci anni da quando si accorsero che esisteva, ma niente sembra cambiato, salvo il nome, ora non si chiama più così. E chi come il Ct Ventura è arrivato alla panchina più importante del nostro Paese senza un pedigrée adeguato, ora evidentemente deve pagare le cambiali per cotanto godere. Sembra di essere tornati ai tempi di Lippi (lui e il figlio dovrebbero fare un monumento a Moggi per le carriere, i trofei -nel caso del padre – e le decine e decine di milioni guadagnati). Ricordate quando il buon Marcello convocava in azzurro Langella? E come lui tanti altri. Moggi non è il diavolo, il suo potere, parlo della Gea World gestita dal figlio Alessandro, è limitato all’Italia anche se gli affari migliori li fanno col mercato cinese (se guardo Raiola per esempio è molto più esteso) e dico anche che quando va in tv (spesso su Sportitalia) è un piacere ascoltarlo perché sa di calcio e te lo spiega come pochi, oltretutto in maniera ironica. Non con i numerini di cui quasi tutti oggi si cibano. Racconta storie sempre interessanti, non è mai banale, talvolta è persino autocritico (molto raramente). Certo, quando parla di nemici giurati non c’è verso che trovi un pregio, ma è onesto perchè non fa nulla per nascondere chi gli sta antipatico. Si dice che non abbia perso il vizietto di far mettere sull’attenti qualche presidente come faceva tanto tempo fa con De Luca del Siena, Foti della Reggina o Franza del Messina (prima ancora era molto amico di Rozzi dell’Ascoli che però gli teneva testa, eccome se gli teneva testa). Per esempio quello del Pescara, Sebastiani, che nonostante i risultati pessimi non può cacciare l’allenatore Oddo perché sta nelle sue grazie dai tempi in cui giocava e prima ancora stava nelle sue grazie il padre allenatore. Sia chiaro, non stiamo parlando di un monarca assoluto, a Bari per esempio non ha potuto far niente per salvare Stellone, sostituito proprio ieri da Colantuono che da un mese sperava nella panchina del Cagliari. Anche Stellone peraltro gli deve la ancor giovane carriera perché lo ha inventato dal nulla a Frosinone, e a Bari gli ha fatto firmare un triennale a cifre importanti. Idem dicasi per De Zerbi a Palermo, che gode di ottima stampa ma che in fatto di risultati lascia alquanto a desiderare (e l’anno scorso in C  a Foggia dopo tanti complimenti finì pure per fallire la promozione). Con Zamparini, suo amico di vecchia data, però è una pacchia continua perché sapendo che quello ne esonera uno al mese, riesce a piazzargliene tre o quattro a stagione del suo giro. Col Cagliari ha avuto molti rapporti nel corso degli anni. Tornando ai tempi di Rozzi mise lo zampino nella salvezza dei marchigiani a discapito dei rossoblù  di Giagnoni nell’83 (ultima di campionato Ascoli-Cagliari 2-0). Poi una decina di anni dopo insieme a Paco Casal fece un corso accelerato a Massimo Cellino insegnandogli in pochissimi mesi il mestiere di presidente (c’è da dire che l’allievo si era dimostrato peraltro molto scaltro e intelligente da par suo). Poi qualcosa si ruppe, anche se Cellino in certi casi non poteva dirgli di no. Ricordo che i diesse Cinquini e Salerno erano stati suggeriti da Moggi. Anche oggi, seppur ufficialmente fuori dal calcio, Moggi ha in qualche modo buoni rapporti col Cagliari. Beretta per esempio gli deve una buona fetta delle chances avute in carriera, spesso con Capozucca diesse. L’attuale responsabile del settore giovanile rossoblù, che a Cagliari è giunto perché conosce da molti anni il presidente Giulini, peraltro deve ancora decidere cosa fare da grande. Oltrechè l’attuale ruolo ha sempre il patentino di allenatore e sta per prendere quello di diesse. Ma niente paura, a Rastelli e Capozucca ha detto che possono star tranquilli.