Oggi alle 13,25 su Radio Sardegna i 17enni terribili: Fabrizio Murgia, Angelo Cherchi, Marco Dasara e Angelo Vacca raccontano le loro imprese contro Noah, Mennea, Baresi e Riva

Quattro diciassettenni sardi un giorno decidono di compiere un’impresa sportiva e… lasciano tutti a bocca aperta. Oggi alle 13,25 nuovo appuntamento su Radio 1 Rai Sardegna con la trasmissione S.P.O.R.T. (storie, personaggi,olimpionici, record e trofei). Dopo aver sentito Fabrizio Murgia che ci ha raccontato  come sconfisse Yannick Noah e come si portò sul 6-3 1-0 a suo vantaggio contro Ivan Lendl, oggi celebriamo il velocista Angelo Cherchi (1951 di Iglesias) che fece mangiare la polvere a Pietro Mennea in una finale dei campionati nazionali juniores di atletica sulla distanza degli 80 metri. Sentiremo poi due calciatori: Marco Dasara (Cagliari 1960), capitano del Cagliari Beretti che vinse il torneo internazionale di Santa Teresa di Gallura battendo tra gli altri anche il Milan capitanato da Franco Baresi; e con lui ascolteremo l’impresa di Angelo Vacca (1953 di Ovodda) anche lui appena diciassettenne quando entrato a pochi minuti dalla fine segnò la rete del clamoroso pareggio della Nuorese contro il Cagliari campione d’Italia che portava lo scudetto sul petto e che era andato in vantaggio ovviamente con Gigi Riva. Nelle puntate precedenti sono stati graditi ospiti il presidente della federazione italiana Tennis Angelo Binaghi, che da giocatore vinse due titoli assoluti tra gli altri e divenne numero 13 nelle classifiche nazionali, il suo ex maestro Luciano Bassotto direttore di una delle migliori scuole tennis d’Europa negli anni settanta, quella del Tc Cagliari che arrivò ad avere oltre mille iscritti. Il campione dell’atletica Filippo Tortu. Classe 1998, nato in Lombardia ma con sangue sardo nelle vene (il papà Salvino è di Tempio e lui stesso appena può torna nell’isola nelle case di famiglia a Tempio e Golfo Aranci), Tortu ha già ottenuto prestigiosi risultati tra gli under 20 come l’oro sui 100 m. ai campionati europei e l’argento ai mondiali. Simpatico, spigliato e spiritoso, ci ha raccontato dei suoi traguardi e della sua famiglia di sportivi. A tesserne le lodi  il grande campione Livio Berruti, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960 sui 200, il padre-allenatore Salvino Tortu e i giornalisti Enrico Gaviano della Nuova Sardegna che lo ha seguito dagli esordi, nonché il decano dei giornalisti sportivi Vanni Loriga, vera bibbia dell’atletica, profondo conoscitore delle carriere dei migliori velocisti da Jessie Owens in poi, Berruti e Mennea inclusi. Nella prima puntata avevamo ascoltato gli emozionanti racconti di Paolo Pettinau, (1939) che da nuotatore fu protagonista in una gara dello Stretto di Messina tra gli squali al cospetto del campionissimo Travaglio e del giornalista Carmelo Alfonso che ebbe la felice idea di farlo gareggiare per le Fiamme Oro dove Pettinau ottenne i migliori risultati tra i quali anche un titolo mondiale. Mentre nella seconda puntata era stato il turno del fantino Andrea Atzeni di Nurri (1991), che più volte ha battuto il celeberrimo Franckie Dettori nelle più prestigiose corse di galoppo mondiali. Insieme al cugino Giovanni Tittia Atzeni (1985) vincitore per cinque volte del Palio di Siena. Al terzo appuntamento era stato poi il turno di  Roberto Carta,(1956) icona dell’hockey su prato che detiene il record di scudetti vinti (23) con l’Amsicora e il record dei gol in nazionale. Con lui il tecnico Kiki Aramu, l’ex compagno Giuseppe Loi, il giornalista Marco Capponi. Abbiamo poi conosciuto meglio Alessia Orro (1998), la pallavolista partita da Narbolia per arrivare alla nazionale dopo aver conquistato una medaglia d’oro ai campionati del mondo juniores. Era stata anche l’occasione per ricordare con Rosanna Baiardo (119 presenze in azzurro, unica sarda in nazionale prima della Orro) le gesta di quest’ultima e per sentire Caterina Orro, madre di Alessia e grande sportiva, prima allenatrice della palleggiatrice della Futura Busto Arsizio.

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l Cagliari  riporta in auge Carosello grazie alla “forza dei nervi distesi”

Guardate quanto è stata importante la vittoria sul Verona prima della sosta. Quel gol di Faragò nel finale non aveva regalato solo i tre punti, ma una condizione psicologica invidiabile per lavorare sodo nelle due settimane consacrate al tracollo della nazionale e per poi ripartire. Il Cagliari capace di sbancare il Dacia Arena con il golletto di Joao Pedro è come il The Ati nuovo raccolto di una vecchia pubblicità di Carosello. Quello che regalava “la forza dei nervi distesi”. Merito di una classifica finalmente tranquilla che ora si è fatta addirittura interessante dopo il successo in casa dell’Udinese. Una partita che non si può definire dominata dai rossoblù perché Rafael è stato decisivo almeno quattro volte nel difendere la porta dagli assalti dei ragazzi di Del Neri, ma che ha fatto gustare dopo tanto tempo la gioia che era del tutto sparita nel periodo più buio, quello in cui erano arrivati ben sette ko in otto partite. Diego Lopez col terzo successo della sua gestione ha raccolto nove punti in cinque incontri, ha riassestato la difesa dopo che anche con lui aveva viaggiato alla media di due gol subiti a partita nelle prime tre uscite, e un po’ alla volta ha fatto scomparire qualche ruga aggrottata nelle fronte di quanti avevano espresso dubbi al suo ingaggio. La nota più lieta della gara è giunta dall’accoppiata Faragò-Barella che soprattutto nel primo tempo ha fatto ballare spesso e volentieri la retroguardia friulana regalando gli sprazzi migliori dell’incontro. Non è il caso di cantare vittoria in senso assoluto, perché l’Udinese in casa quest’anno ci ha abituato a sbandate come quella odierna e perché Pavoletti là davanti si limita al minimo sindacale se non meno. Ma intanto il quarto gol stagionale di Joao Pedro ha portato una classifica sempre più tranquilla e un successo che in Friuli era stato centrato dal Cagliari in serie A solo una volta in 22 precedenti. E allora vogliamo festeggiare o no?

L’Italia si domanda: ma dove l’abbiamo trovato un Ct così incapace?

Gino Bartali diceva: “tutto sbagliato, tutto da rifare” e di questa frase soprattutto in queste ore si è fatto indubbiamente un gran uso se non abuso. Perché sul fatto che il calcio italiano negli ultimi vent’anni abbia espresso presidenti federali e di Lega del tutto inutili è un dato di fatto. Rimpiangiamo Antonio Matarrese che in confronto ai Tavecchio e ai Beretta è un gigante. Quando poi si parla di vivai dove abbondano gli stranieri, scelti il più delle volte per traffici più o meno limpidi, e si chiede che venga arginato questo fenomeno esagerato, è un intento indubbiamente condivisibile, direi una necessità. Ma che da questo si prenda lo spunto per dire che il valore dell’Italia intesa come nazionale calcistica, è quello mostrato dal flop di Ventura ce ne passa. Salvare questo allenatore dalle critiche significa mettere assieme il danno e la beffa. L’abbiamo sopportato in questo anno e mezzo, abbiamo sopportato quell’altro impiastro del suo presidente Tavecchio. Ma anche la sopportazione ha un limite. Giampiero Ventura ha dimostrato in tutto questo tempo di essere un allenatore incapace a ricoprire il ruolo di commissario tecnico. Un incapace totale, senza la benché minima giustificazione come ha dimostrato con le sue convocazioni a pera, con la mancanza di uno schieramento base, con l’assurdità di quel modulo 4-2-4 che ha usato solo lui in tutta Italia con risultati deprimenti. Con le balle che ci ha raccontato in tutto questo tempo sulla “costruzione di qualcosa di importante”. A quanti gli tirano la ciambella di salvataggio (si fa per dire perché si è inabissato peggio del Titanic) con la storia dei vivai che sono formati da stranieri, basta la risposta che anche nel 2006 non c’era una politica dei vivai, eppure l’Italia ha vinto il Mondiale. E sul fatto che questo sarebbe il livello del calcio in Italia, basta rileggersi i tabellini delle ultime due partite giocate dagli azzurri prima dell’arrivo della “sciagura di Cornigliano”. 26 giugno 2016 e 2 Luglio 2016, cioè un anno fa, mica un secolo: Italia-Spagna 2-0 e Germania-Italia 1-1, poi vinta dai tedeschi ai rigori. Sedici mesi in cui il bravo Giampiero ha costruito “qualcosa di così importante” che il mondo ci ride e ci riderà dietro per chissà quanto tempo.

 

Ventura: 70 anni per non vincere nulla, un solo anno per perdere la faccia

E adesso ci diranno che siamo stati sfortunati, che la Dea bendata si è girata dall’altra parte (del resto essendo bendata aveva poco da girarsi), che il movimento del calcio italiano dà i frutti che ha, che l’arbitro soprattutto all’andata ha fatto il gioco della Svezia… bla bla bla! Ma prima di affondare il coltello nella piaga e dire che scegliere Ventura come Ct è stato l’errore di un incapace che risponde al nome del presidente federale Tavecchio. Prima di ricordare il rinnovo assurdo sino al 2020 del contratto dello stesso Ventura senza aver centrato alcun obiettivo (per fortuna c’era almeno la clausola dell’esonero automatico in caso di mancata qualificazione al mondiale). Prima di ribadire che a Giampiero Ventura non sono bastati 70 anni per vincere qualcosa, mentre gliene è bastato 1 per perdere la faccia e farla perdere a tutta l’Italia. Prima di tutto questo vorrei partire dalle 22,50, quando la scarsissima Svezia è andata ai mondiali, eliminandoci come solo nel ‘58 ci era riuscito in tutta la nostra storia. il misfatto si era appena compiuto, e il cronista affranto dopo aver appena raccolto lo struggente addio di Buffon alla nazionale, ha dichiarato: “Ventura non parlerà!” (lo avrebbe fatto solo perché costretto dai contratti a mezzanotte e un quarto). Ecco, se l’allenatore si è rivelato mediocre e inadatto al ruolo, l’uomo si è dimostrato piccolo piccolo. Povero Ventura, poveri tifosi italiani che sino all’ultimo hanno sostenuto te e il tuo presidente federale. Povera Italia del calcio. Un’Italia, lo dico a quelli che parlano di livello infimo del nostro calcio, che solo un anno fa con un altro Ct aveva battuto la Spagna ed era stata eliminata solo ai rigori dalla Germania.Ma forse, dando uno sguardo ai dirigenti che lo governano questo calcio italiano professionistico, è giusto così. Parafrasando Nanni Moretti: ve lo meritate Giampiero Ventura, certo che ve lo meritate!

Perché l’anticipazione di Moggi su Nicolò Barella alla Juventus è credibile

Di Luciano Moggi tutto si potrà dire, ma non che sia disinformato. Da quando non può più ricoprire ruoli ufficiali nel calcio italiano è richiestissimo da giornali e tivù per tre semplici motivi: 1) continua più di prima ad avere interessi in quello che è sempre stato il suo mondo, gestendo tramite l’azienda del figlio Alessandro le carriere di giocatori allenatori e direttori sportivi (qualcuno dice anche quelle di arbitri e giornalisti); 2) proprio in virtù di questo è sempre “sul pezzo” e quindi nessuno come lui è in grado di fornire notizie di mercato; 3) al di là del suo ruolo di mente diabolica o genio del male, ha una competenza superiore che rende i suoi interventi piacevoli anche per la semplicità e la chiarezza con cui espone gli aergomenti. Questo non significa che le sue uscite non siano mirate. Nel senso che raramente parla tanto per parlare, se non per arrivare all’obiettivo che si prefigge. E questo obiettivo potrebbe essere un complimento a un tesserato di cui sta costruendo la carriera, oppure una critica a un altro promosso in quel ruolo a discapito di un suo uomo. Come interpretare allora la sua recentissima uscita su Barella dagli studi dell’emittente 7 Gold per la trasmissione “Linea diretta”? “Vogliamo dirla tutta? Barella è già della Juventus” ha sentenziato senza mezzi termini. E’ molto semplice: l’anticipazione è molto credibile. Moggi ha voluto nel contempo enfatizzare la politica bianconera di Andrea Agnelli (con cui è rimasto in ottimi rapporti, a differenza di quelli con John Elkann, mai decollati) che da anni blocca i migliori talenti prima che raggiungano quotazioni eccessive, lasciandoli ancora per uno o due anni nella società in cui sono cresciuti (vedi Caldara e Spinazzola con l’Atalanta, Rugani a Empoli ecc). E in tal senso Nicolò Barella titolare della nazionale under 21, già convocato in nazionale A e titolarissimo in campionato dall’anno scorso (andate a vedere quanti ’97 hanno giocato 12 partite su 12 quest’anno per credere) rientra sicuramente tra i giovani più appetiti dalle grandi. E magari allo stesso Moggi non è dispiaciuto creare nel contempo qualche problemuccio a Tommaso Giulini, dal quale avrebbe preteso l’ingaggio di qualche tecnico a lui caro come Oddo (ma la lista sarebbe lunga) una volta deciso di esonerare Rastelli. Quest’ultimo peraltro, seppur in maniera diretta, ha sempre goduto del suo appoggio per così dire esterno, visto che l’agente di Rastelli, Davide Lippi, è figlio della sua creatura Marcello, portato da Moggi al Napoli era all’Atalanta, da lì alla Juventus e alla Nazionale, e diventato uno dei migliori allenatori del mondo anche e soprattutto grazie all’escalation avuta con l’ex direttore generale della Juventus.

Italia favorita, ma in Svezia non vinciamo da 105 anni

Italia favorita nel play off con la Svezia che porta ai mondiali di Russia. E non potrebbe essere altrimenti. Ha vinto quattro mondiali ed è arrivata due volte in finale, mentre la Svezia ha raggiunto solo la finale del ’58, col vecchio Liedholm ancora in campo, nell’unico mondiale in cui l’Italia non giocò, perdendo 5-2 col Brasile che mise in mostra il fenomeno 17enne Pelè. Italia favorita anche perché si è imposta in 11 dei 23 confronti diretti (compreso l’ultimo del giugno 2015 agli Europei in Francia: 1-0 con gol di Eder a due minuti dalla fine), perdendo solo 6 volte e pareggiando le altre 6. Ma limitandoci alle gare giocate in Svezia, sono ben 105 anni che non andiamo a vincere lì. Ed è stato anche l’unico successo negli 8 incontri disputati. Erano le Olimpiadi di Stoccolma del 1912, ci imponemmo con un gol di Franco Bontadini, 19enne centravanti che aveva segnato anche all’esordio qualche giorno prima nel 3-2 subito dalla Finlandia, e che il Ct Vittorio ozzo avrebbe impiegato in azzurro solo altre due volte. Un ragazzo milanese che militò nelle tre squadre della sua città (allora c’era anche l’Ausonia oltre a Milan e Inter) nonché sfortunato (sarebbe morto suicida a 50 anni), che tre anni dopo, allo scoppio della grande guerra, dopo per non aver dichiarato di essere medico perché voleva continuare a giocare, venne degradato a sottotenente medico. Per quando riguarda gli ncroci col Cagliari la Svezia ci ha sempre portato bene. Nella partita inaugurale di Mexico ’70 vincemmo 1-0 con gol del nostro Domenghini (e paperozza del ‘loro’ Hellstroem). Quel giorno ben 5 rossoblu’ erano in campo (Albertosi, Niccolai, Cera, Domenghini, Riva), record eguagliato con Messico (4-1 dove entro’ Gori nel finale ma non gioco’ Niccolai) e Austria 2-1 nel giorno dell’infortunio a Riva (idem), mentre il record assoluto di 6 rossoblu’ in campo venne stabilito nella gara precedente: l’1-1 con la Svizzera (Albertosi, Niccolai, Cera, Domengini, Gori, Riva). Alla fine del 1971 Riva ritrovo’ proprio contro la Svezia i gol in nazionale dopo il Prater (doppietta per il 3-0). E sempre con la Svezia il Bomber due anni dopo supero’ Meazza (un gol nel 2-0, il 34° in azzurro) strappandogli il primato dei gol in nazionale che resisteva da 38 anni. Giusto per non farsi mancare nulla quello dei 35 gol di Gigi resiste da 44 anni.

14 gol in 10 partite per festeggiare i suoi compleanni: auguri Gigi Bomber!

C’è la doppietta al Venezia di Mancin nel  ‘66, per il secondo 4-0 casalingo consecutivo dopo quello al Bologna, nel primo anno di Scopigno allenatore e del record di imbattibilità iniziale di Reginato. Un’altra doppietta al Milan l’anno seguente servì per pareggiare 2-2 contro il Milan che si sarebbe laureato campione d’Italia (in porta Belli, Limbiate 1944, e in panchina Cudicini acciaccato). Nel ‘68 invece realizza un gol in trasferta, ma vale doppio perché sarà anche quello decisivo per la prima storica vittoria in casa della Juventus. Rimonta Riva-Boninsegna dopo il vantaggio iniziale di Haller. Nel ‘69 la tripletta al Galles per il 4-1 che scatena gli 80mila dell’Olimpico nel coro Riva-Riva-Riva durato sei minuti di orologio. Salta il ‘70 grazie a un regalino di Hof, ma nel ‘71 ricomincia con un’altra doppietta al Napoli (2-1). Nel ‘72 fa secco Ginulfi della Roma (2-2) e nel 1973 realizza un’altra doppietta contro il Milan, stavolta a San Siro. Aveva mangiato più spinaci del solito quel giorno, perché segnò di testa con un siluro da fuori area e oltre alle due reti esplose dai trenta metri un sinistro che William Vecchi (suo futuro compagno in rossoblù) respinse con la coscia. La palla tornò indietro sino a centrocampo tra gli ooohhh!!! di meraviglia dei tifosi e il portiere rimase con un livido violaceo per tre settimane. Salta il ‘74 e nel ‘75 suo ultimo campionato, saluta i tifosi del Vesuvio con un gol al San Paolo. Era il Napoli champagne di Vinicio che per qualche mese cullò il sogno scudetto, e che quel giorno si impose per 3-1. Ma Gigi gli aveva messo paura portando in vantaggio il Cagliari e battendo Carmignani con una punizione insolita per lui. Anziché la consueta bomba di collo a cinque centimetri da terra, una rasoiata di interno sinistro a eludere la barriera per infilarsi nel palo lontano dal portiere.  In prossimità del suo compleanno il Bomber non ha mai lesinato i festeggiamenti sul campo (non che per San Terenzio o Venceslao fosse diverso peraltro). Peccato che la domenica del 1965, che cadeva proprio il 7 di novembre, coincidesse con una sosta per la nazionale (e lui ancora non ci giocava con continuità), per il resto, eccetto due assenze per infortunio, nei giorni immediatamente precedenti o successivi al compimento degli anni, Gigi Riva ha sempre siglato da par suo. Facendo due conti: 10 partite 14 gol, roba che solo un extraterrestre come lui poteva realizzare. Sì, capisco l’obiezione, contro il Napoli, nell’unico giorno in cui ha giocato proprio il 7 novembre (parlo di serie A o nazionale), l’almanacco e le cronache assegnarono a Pogliana, suo ex compagno del Legnano, un autogol. Per cui il gol sarebbe solo uno. Ma per i regolamenti di oggi quella rete gli verrebbe attribuita, per cui fatevene una ragione. E poi era il debutto in serie A di Oreste Lamagni che si fece scappare Manservisi andato a segno sul 2-0, quindi in qualche modo bisognava stare all’erta. Auguri Gigi, oggi sono 73, da 44 anni sei il miglior bomber di sempre in azzurro. Per altri mille almeno continua a farci sognare come hai fatto finora.