Coppa Europa: l’Italia vinceva con tutti, si inchinava solo a Sindelar

Domani contro la Spagna l’Italia giocherà la quarta finale di un campionato Europeo per nazioni inteso come quello attuale. Bisogna specificare che l’attuale Coppa Henry Delaunay esiste dal 1960. Prima si giocava un torneo continentale sotto il nome di Coppa Internazionale o Coppa Europa Centrale. Le nazioni partecipanti erano sei: Italia, Svizzera, Ungheria, Austria, Cecoslovacchia e nell’ultima edizione anche la Jugoslavia.

Una manifestazione nata verso la fine degli anni Venti che includeva le migliori espressioni del calcio continentale con l’aggiunta della Svizzera, e ad eccezione dell’Inghilterra che spocchiosamente rifiutava ogni tipo di confronto con nazioni che non fossero britanniche (giocava il torneo Home Championship) salvo poi venire clamorosamente eliminata dagli Stati Uniti alla prima uscita in un mondiale, ma siamo già 1950 in Brasile.

Nella Coppa Internazionale era comunque rappresentato il calcio più in voga nel periodo, quello dell’Italia tre volte campione (del mondo nel ’34 e nel ’38, alle Olimpiadi nel ’36) e quello di matrice danubiana, con la fortissima Austria di Hugo Meisl e l’Ungheria che sarebbe diventata la più grande corazzata calcistica poco dopo il secondo conflitto mondiale.

L’Italia vinse la prima edizione disputata con gironi all’Italiana con gare di andata e ritorno tra il 1927 e il 1930, precedendo il Wunderteam austriaco di un punto e battendo nell’ultima sfida l’Ungheria con un perentorio 5-0 contrassegnato dalla tripletta di Meazza. Nell’euforia generale durante il giro d’onore con la coppa, la stessa, in cristallo di boemia si ruppe, ma dopo un attimo di sconcerto il commissario tecnico Vittorio Pozzo non si perse d’animo. Ne raccolse un pezzettino e lo infilò nel portafoglio come portafortuna. I successivi trofei azzurri hanno se vogliamo anche questa chiave scaramantica.

L’Austria si prese la rivincita nel biennio successivo, grazie alla vittoria per 2-1 nel confronto interno con gli azzurri. Mattatore assoluto della gara fu Mathias Sindelar, uno dei campioni più veri che il calcio abbia mai prodotto, detto Cartavelina perché fisicamente asciutto al punto quasi da non vedersi in trasparenza. Ma anche Piedi di Mozart per l’armonia con cui trattava il pallone. Pozzo, che lasciata l’attività di ct divenne apprezzato giornalista a La  Stampa, lo ammirava tantissimo per le finte di corpo, irripetibili e per l’intelligenza con cui evitava gli interventi carogneschi degli avversari che mal digerivano quel suo magico repertorio. In particolare Luisito Monti che quando lo affrontava avvertiva le stesse sensazioni di un toro di fronte al rosso. Ma Monti in quel giorno di marzo del ‘32 al Prater di Vienna non c’era, e Sindelar segnò una doppietta vincendo il duello col grande Meazza che si fermò a un gol.

 Di origine ebraica Mathias si rifiutò in seguito di giocare per la Germania nazista quando l’Austria venne annessa e ancora a 38 anni si rimise le scarpette con la sua squadra dell’Austria Vienna per battere con un suo gol i tedeschi infuriati. Rifiutò di fare il saluto nazista di fronte a Hitler e pochi mesi dopo venne trovato morto, ufficialmente suicidatosi con una giovane ragazza italiana. La Gestapo l’aveva fatto sparire.

L’Italia rivinse ancora un’edizione di quella Coppa Internazionale, un anno dopo il mondiale, grazie a una doppietta del giovane Piola nel 1935, ma non fu la stessa cosa.

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