L’informazione duranti i ritiri estivi. Una piaga del ventunesimo secolo

C’era un tempo, neppure troppo lontano, in cui i rapporti tra giocatori e giornalisti, ovvero tra allenatori e giornalisti, erano diretti. Leggevo in un piacevole libro scritto dall’agente dei calciatori l’avvocato Dario Canovi e dal giornalista Giacomo Mazzocchi, che L’artefice della chiusura di questi rapporti, il protagonista dell’istituzione degli uffici stampa che fungono da filtro e che hanno  come compito precipuo quello di non far trapelare le notizie, è da ricondursi all’ex presidente della Roma, Dino Viola.

Non so dire se l’autore di questa piaga del ventunesimo secolo sia stato proprio l’ingegnere di Aulla, capace tra l’altro di riportare lo scudetto in casa giallorossa quarantuno anni dopo quello ottenuto in periodo di guerra, e di condurre l’anno dopo la squadra alla finale della Coppa dei Campioni persa solo ai calci di rigore.

Certo è che di questi cambiamenti sembrano non essersi accorti solo le redazioni dei giornali, delle televisioni e delle radio che continuano a seguire i ritiri estivi delle squadre come si faceva ai tempi.

Ma se poteva avere un senso che un giornalista stesse due settimane in qualche amena località di montagna al seguito della squadra perché poteva comunque essere piacevole andare alla scoperta dei nuovi acquisti, proporre questo o quel personaggio sotto una chiave diversa, sentire il parere delle “bandiere” sulle nuove prospettive e quant’altro, oggi risulta molto difficile comprendere il motivo di tutto questo spazio dedicato al periodo di preparazione.

Perché intanto le interviste ad personam sono state bandite, e inoltre il povero cronista è già fortunato se chiede di parlare col capitano della squadra e non gli viene portato a colloquio in sala stampa uno degli aggregati della formazione Primavera.

Ne consegue che l’informazione che viene offerta al lettore o all’ascoltatore radiofonico o al telespettatore è veramente inutile e spesso finisce per ridicolizzare la professionalità dello stesso comunicatore di turno.

Non ho mai capito ad esempio perché si debba fare la cronaca del primo raduno a centrocampo “sotto lo sguardo severo del mister che sin dal primo giorno ha portato i palloni in campo”. E che sarà mai!

Non trovo davvero nessun interesse nel sentire il resoconto del 15-0 alla rappresentativa dei monti, quando durante la stagione agonistica le partitelle del giovedì sono di gran lunga più accese e combattute e non le si dà tutta questa importanza.

Vorrei poi capire a chi può interessare il menù del giorno servito a tavola, con l’immancabile riferimento al bicchiere di vino e al caffè che quell’allenatore concede e l’altro no.

Ma il massimo viene raggiunto quando il cronista crede di rendersi simpatico annunciando le coppie delle varie camere, ovvero che Tizio dorme con Caio e Sempronio con Tito, e pensa di fornire lo scoop dicendo che quel giocatore russa e quindi ha ottenuto di dormire da solo perché nessuno lo sopporta.

Direttori svegliatevi! I lettori, gli ascoltatori e i teleutenti non sono poi questi rimbecilliti che si vuol far credere!

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2 Pensieri su &Idquo;L’informazione duranti i ritiri estivi. Una piaga del ventunesimo secolo

  1. I ritiri precampionato furono inventati per avvicinare le squadre di serie A nelle zone dove poi avrebbero giocato le amichevoli. In questo modo coprivano tutte le spese ( viaggi e soggiorno) e talvolta ci guadagnavano. Poi è diventata moda, ma il guadagno resta sempre alla base della scelta. Il Cagliari, in passato ha svolto la preparazione precampionato a Monte Urpinu, a Tempio ed a Montevecchio, ma le zone non offrivano grandi possibilità di amichevoli. L’interesse dei giornali c’è stato sempre, ma aveva un senso quando si potevano intervistare ( praticamente in esclusiva) i giocatori che ti interessavano, oppure seguire le amichevoli per poter proporre ai propri lettori le prime considerazioni sulla squadra e sui nuovi acquisti. Poi è diventato di moda l’inviato nelle zone dove le squadre svolgono il ritiro,ma soltanto perchè kle varie testate possano dire. ci siamo anche noi. Peccato che, talvolta, manca la materia prima, ovvero: la notizia.

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