Palazzi? Servono solide fondamenta

Stefano Palazzi è diventato il capo della nuova Procura federale dal primo luglio 2007, in seguito alla rivoluzione susseguita allo scandalo di calciopoli dell’anno prima. L’organo che dirige, accorpa a se le funzioni che prima erano divise fra l’Ufficio indagini e la vecchia Procura federale, ed è composto da cinque vice e centinaia di collaboratori, in larga parte avvocati, ex questori, militari.

Un particolare non secondario, che farà sobbalzare i detrattori del procuratore federale, è che dopo calciopoli del 2006 il Csm impedì ai magistrati di far parte della procura federale. Palazzi può farne parte in quanto magistrato della corte d’appello militare. Risponde dunque al CMM (consiglio della magistratura militare) e non al CSM (consiglio superiore della magistratura).

E’ una persona che non rilascia interviste e della quale non si sa moltissimo. Napoletano, accentratore, preciso e pignolo, viene criticato per la lentezza dei suoi provvedimenti, a maggior ragione in un ambito, quello della giustizia sportiva, dove la velocità è un obbligo per l’incalzare degli eventi.

In quest’ultima ondata di deferimenti gli sono state mosse tre critiche principali.

1)     Perché ha deferito l’allenatore della Juventus Conte per omessa denuncia e non per illecito, dal momento che ha creduto alla versione del pentito Carobbio per cui il tecnico quando allenava il Siena aveva annunciato alla squadra che c’era l’accordo per i risultati.

2)     Perché, una volta deciso per l’omessa denuncia nei confronti di Conte, non ha esteso il provvedimento a tutti i giocatori del Siena che avevano preso parte alla riunione.

3)     E infine perché ha ritenuto Carobbio attendibile in riferimento ai racconti fatti su Conte e non sul presidente del Siena Mezzaroma, accusato di aver comprato una partita col Modena, che non è stato deferito.

Secondo chi ha firmato una petizione per chiederne le dimissioni. Palazzi è uno che applica la legge ai nemici e la interpreta per gli amici. In realtà dalla sede di via Po a Roma, vicino alla uffici della federazione, manda al manicomio il presidente federale Abete che non sa mai su quali inchieste stia lavorando il magistrato che agisce in piena autonomia. Come consiglio Abete potrebbe rivolgersi al ministro della Difesa, l’ammiraglio Di Paola, perché interceda presso il magistrato che, in ultima analisi, a quel ministero deve rendere conto come componente della corte d’appello militare.

L’impressione che Palazzi suscita a chi guarda da fuori il suo operato è quella di una persona che mantiene un atteggiamento timoroso nei confronti della Juventus, come se avesse la coda di paglia per aver fatto pagare solo ai bianconeri le conseguenze di una calciopoli che aveva visto protagoniste anche altre società. E le cause milionarie di risarcimento danni intentate dalla Juve alla Figc di certo non alleviano questo atteggiamento. Peraltro, l’errore che si commette in questi casi, è che quando si affidano tutte le responsabilità sulle inchieste della procura federale (dalle penalizzazioni delle squadre, alla decisione di far giocare a porte chiuse alcuni incontri per cori razzisti per esempio) a una sola persona, si fa in fretta a metterla in croce. Consentire di accentrare le decisioni ed affidarle ad un solo soggetto significa ampliare i poteri di questo individuo a dismisura, ma anche rendere più vulnerabile la struttura, perché basta colpire il soggetto in questione che il castello crolla. E visto che parliamo di Palazzi, servirebbero fondamenta più solide per fronteggiare tutto il marcio del calcio.

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