Lo chiamavano Tare ereditarie, ora è finito sull’alTare

A Brescia aveva segnato più di Toni e quando Mazzone si trasferì dalle rondinelle al Bologna volle portarselo dietro. Se andiamo a vedere il curriculum di Igli Tare in Italia, non si può certo dire che come centravanti sia stato prolifico quanto Chinaglia, Nyers o John Hansen, ma non era neanche uno inguardabile se è riuscito a giocare otto stagioni (sette e mezzo visto che arrivò a gennaio) tra Brescia, Bologna e Lazio con 184 presenze e 30 reti (68 e 10 in nazionale). “Uno che fa salire la squadra” si dice in genere di quelli meno bravi che in qualche modo danno il loro apporto. E lui era così, anche se ovunque è stato si è fatto benvolere per attaccamento ai colori sociali.

Albanese atipico per statura (1.92, ma nel nostro campionato hanno giocato ultimamente anche Bogdani e Cani e sono entrambi spilungoni), approdò  dalle nostre parti su intuizione di Nani, diesse del Brescia che poi avrebbe fatto esperienza nel West Ham prima di tornare in Italia. Veniva dalla Germania, sette stagioni ma solo due in Bundesliga con 8 reti realizzate tra Karlsrhue e Kaiserslautern. Da Valona dov’è nato, si era trasferito a Tirana, la capitale per debuttare neanche giovanissimo nel Partizani e da lì aveva trovato il modo di fare il professionista accettando al volo la proposta del Waldhof Mannheim nella B tedesca.

Quando Claudio Lotito, presidente della Lazio, nel 2008 gli propose di attaccare le scarpe al chiodo per diventare suo collaboratore, non ci pensò due volte e accettò senza neanche saper bene cosa dovesse fare. Ma evidentemente lo capì in fretta, tra lo stupore della stampa e soprattutto delle radio romane che quando non riescono a fare il proprio mestiere per la chiusura totale di chi dovrebbe rilasciare interviste e notizie, si accaniscono come pochi. Ma lì Tare centra relativamente, ovviamente si è dovuto adeguare alla politica della Lazio, ovvero del suo presidente Lotito, che vuole monetizzare tutto e non accetta che qualcuno guadagni dalla pubblicità parlando della sua società (!) In silenzio si è preso il suo bel diploma di direttore sportivo e fra lo scetticismo imperante ha costruito la squadra che da tre campionati e con un budget limitato (per i cartellini, magari si può far meglio sugli ingaggi) sta recitando un ruolo di primissimo piano nel nostro torneo. Ora è terza, e chissà se potrà durare, intanto ha smentito tutti i denigratori. L’albanese è legatissimo alla sua terra ed è diventato l’eroe dei suoi connazionali quando riacquistò a un’asta insieme a Cana, il giocatore che Tare avrebbe poi acquistato dal Marsiglia, la statua di Asclepio, risalente al quarto secolo avanti Cristo, che era stata rubata nel 1991, per ridonarla al suo Paese.

A Roma non sarà ancora un eroe, ma di certo il giudizio sul suo conto è cambiato. Da diesse imboscato è diventato un grande intenditore, con tre colpi di mercato, uno per anno, che hanno portato nella capitale prima il brasiliano Hernanes (quello che Reja non voleva e che invece sta confermando tutto il suo valore già mostrato nel San Paolo); quindi il centravanti Klose, a costo zero, quando tutti pensavano che fosse un ex (e adesso molti lo votano come il più grande della storia biancoceleste preferendolo a Chinaglia e Vieri). E buon ultimo lo sconosciuto tecnico Vlado Petkovic, che dopo un precampionato disastroso ha cambiato registro regalando alla squadra bel gioco e vittorie. Un bel risultato che ha cambiato il suo appellativo: se prima era Tare ereditarie, ora l’anno messo sull’alTare.

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