Se molti hanno gioito per l’esonero di Mancini è solo perché è un vincente scomodo e controcorrente

Non è sicuramente un tipo accomodante Roberto Mancini, e forse è per questo che ogni suo insuccesso, compreso l’esonero dalla panchina del Manchester City, viene sottolineato sempre con un sarcasmo a mio avviso eccessivo.

Però, piaccia o no, è un uomo vincente e per giunta controcorrente. Già, perché un conto è vincere quando fai parte di un ambiente che ha tutto ma proprio tutto per farlo e basta girare la chiave – Mi rifaccio per esempio alla Juventus del Trap o a quella di Lippi, al Milan di Sacchi e a quello di Capello – altro è vincere dove non si è abituati. E su questo campo il Mancio ha dimostrato di essere il numero uno.

Nel mondo del calcio professionistico ci è entrato ancora bambino nella stagione 81-82 giocando 30 partite su 30 a Bologna e già da lì cominciò a sollevare qualcosa (il campionato nazionale Allievi, uno scudettino che in Emilia non si era mai vinto). Poi la lunga esperienza alla Sampdoria dove arriva il primo e unico scudetto doriano oltre a varie coppe nostrane e internazionali. Va alla Lazio in finale di carriera, diviene il simbolo dei biancocelesti e solleva un altro scudetto, 26 anni dopo l’unico vinto dalla banda Maestrelli, e anche qui non si priva di coppe italiane e europee.

Parte la carriera in panchina e devono cambiare le regole perché sprovvisto di patentino (non solo, aveva iniziato la stagione come calciatore tesserato al Leicester). Qualcuno non gliele manda a dire (Zoff e Mazzone su tutti), lui intanto alza l’ennesima Coppa Italia in riva all’Arno. Torna alla Lazio, tiene la squadra nelle prime posizioni e solleva il trofeo a lui più amico (tra la carriera di giocatore e quella di tecnico, in Italia e Inghilterra ha vinto 11 coppe nazionali, un record).

Passa all’Inter di un Moratti disperato dopo aver buttato inutilmente valanghe di miliardi per anni e anni, e vince tre scudetti di fila (vabbè, il primo a tavolino) e sette trofei in quattro stagioni dopo una lunga astinenza nerazzurra.

Cacciato con un buonuscita di 8 milioni trova tappeti rossi e tanti bei soldini al Manchester City dello sceicco Mansour. E anche qui vince dopo tempo immemorabile. Arriva la Coppa d’Inghilterra dopo 42 anni, il titolo della premier dopo 44 e anche in questa stagione disgraziata ha comunque preso la Community Shield (ovvero la Supercoppa d’Inghilterra). La storia si ripete con un licenziamento vigliacco a due giornate dalla fine e con il ricco appannaggio di circa 9 milioni di euro per chiuderla qui.

Per essere uno che non ha mai avuto paura di andare spesso contro il sistema non è poco. Basterebbe ricordare le polemiche con Sacchi quando (non) giocava in nazionale. Quelle con Moggi quando era il numero uno del calcio italiano, quelle con Galliani che non è proprio l’ultimo arrivato nel sistema calcio italiano. Per non parlare dell’ingombrante dirimpettaio Alex Ferguson cui non le ha mandate a dire. Qualche sassolino se lo è tolto anche col management del City, dove hanno dato carta bianca a Txiki Begiristain il basco carognone che dal giorno del suo arrivo in Inghilterra (28 ottobre scorso) ha pensato solo a farlo fuori, riuscendoci dopo il ko a tempo scaduto nella finale di Coppa col Wigan. Ma tanto prima o poi ci si incontra di nuovo.

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