Branca, l’addio dall’Inter e le amicizie interessate

Avrebbe fatto le valigie comunque a fine stagione, ma il suo allontanamento immediato fa capire che qualcosa di grosso deve essere successo. Marco Branca plenipotenziario del mercato dell’Inter negli ultimi dieci anni non ha mai fatto nulla per essere amato. Tra i dirigenti del calcio che si occupano di mercato credo anzi che sia stato il più criticato dalla stampa nonostante fosse in sella nell’anno del “triplete” nerazzurro. Uno dei motivi potrebbe essere quello più facile da immaginare: non passava alcuna notizia ai giornalisti che notoriamente costituiscono una razza non propriamente benevola. Ma anche lui non era (è) da meno. Basti vedere come si è comportato con Lele Oriali, messo alla porta senza motivi specifici dietro suo consiglio. Già, perché per chi non lo sapesse Branca è sempre stato uno bravo a cercarsi le amicizie giuste. Si diceva che fosse il cocco di Massimo Moratti già nel periodo in cui giocava, e di sicuro se ha fatto una carriera rapidissima (capo osservatore, diesse e responsabile dell’area tecnica nerazzurra) lo deve all’amicizia che lo legava ad Angelo Mario, che di Massimo Moratti è il figlio. Quanto questa amicizia fosse interessata o sincera non è lecito dubitare, di sicuro Branca ha fatto il bello e il cattivo tempo in nome di quella, fino a qualche settimana fa. Non so francamente il motivo per cui Thohir non abbia aspettato la fine della stagione per interrompere un rapporto che il nostro (sempre grazie a quell’amicizia?) aveva reso vincolante a vita (una mosca bianca in un settore dove quasi nessuno beneficia di un contratto di assunzione a tempo indeterminato). Viene da pensare, vista la figuraccia fatta con la Juve per l’assenso allo scambio Guarin-Vucinic e l’improvviso dietrofront dell’ultimo minuto, che qualcosa abbia sbagliato anche lì. Mah! Personalmente ricordo di aver intervistato per la prima volta su un quotidiano nazionale (era il Corsport) Marco Branca quando diciottenne debuttò in B col Cagliari. L’allenatore Ulivieri non lo sopportava per quel suo fare molto convinto (diceva che passeggiava sempre due metri sopra le nuvole) e lo chiamava “il maremmano” non solo perché l’attaccante è di Grosseto, ma perché secondo quelli di San Miniato (paese natale di Renzaccio) gli abitanti della Maremma non sono proprio svegli. Branca per questo ne soffriva moltissimo e mi chiedeva esplicitamente di non scriverlo sul giornale, cosa che infatti non riportavo con grande rabbia di Ulivieri che invece ci teneva a farlo… scendere da cavallo.  E così quando gli capitavo a tiro il mister regolarmente seppur bonariamente mi cazziava: “Zitto tu che stai sempre a dar spazio al Maremmano”. Io in realtà pur non avendo rapporti di amicizia, vedevo in Branca un giovane molto promettente e quindi mi sembrava giusto intervistarlo. I fatti mi diedero poi ragione, così come del resto diedero ragione a Ulivieri. Molti anni dopo mi capitò di chiedere una cortesia allo stesso Branca per un amico. Marco era diventato dirigente e credo gli sarebbe costato poco esaudire la richiesta. Ma non si degnò neanche di darmi una risposta. Oramai a cosa sarei potuto servirgli?

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3 Pensieri su &Idquo;Branca, l’addio dall’Inter e le amicizie interessate

  1. Tra l’altro per una stranissima coincidenza Branca e Mazzarri giunsero a Cagliari lo stesso anno, il 1982, il cigno di Grosseto per la primavera e invece “il nuovo Antognoni” per la prima squadra, due idee non peregrine della buon’anima di Alvarone Amarugi.

    • Ricordo che ne fece le spese il Primavera Porceddu, se non sbaglio di Capoterra (l’anno lo ricordo con certezza: del 1963), uno che a pallone se la cavava bene e che era stato inserito in un primo momento nella lista dei convocati per il ritiro estivo e poi il suo nome venne depennato proprio a vantaggio di Branca appena giunto dalle giovanili del Grosseto.

      • Ricordi benissimo, Porceddu era uno dei talenti migliori, un mancino di raffinata eleganza, giocava col 10. Aveva i riccioli e somigliava tantissimo ad altri due suoi riccioluti compagni, i terzini Ibba e Pusceddu. Si, era di Capoterra.

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