L’Inter impreca, ma deve ringraziare che solo quattro del Cagliari avessero i 90′ nelle gambe

Da cagliaritano tutte le volte che la squadra della mia città è uscita perlomeno indenne da San Siro sono stato felice. Ricorderò sempre un pareggio ottenuto contro l’Inter all’ultimo minuto nell’anno del ritorno in A. Accadde dopo un lunghissimo purgatorio che aveva visto i rossoblù sprofondare fino alle soglie della C2 e del fallimento, prima della fantastica doppia promozione consecutiva con Ranieri in panchina. Matteoli, giunto proprio quell’anno dall’Inter, giocò una partita strepitosa raccogliendo tre minuti di applausi ininterrotti dai suoi vecchi tifosi. E fu proprio lui, poco prima del fischio,  a teleguidare il pareggio di Cappioli per l’1-1 finale. Al gol avrei voluto scavalcare anelli e transenne per entrare in campo e abbracciarlo, ma non c’era tempo perché l’aereo partiva subito dopo e non avevo che cinque minuti per trasmettere il pezzo. Pestai sui tasti come neanche Gualazzi in un suo assolo al piano, ma non potei fare a meno di fermarmi perché alle mie spalle stava scoppiando il finimondo ed io ne ero in qualche modo responsabile. Era successo che mio cugino Andrea, sant’antiochese trapiantato da oltre vent’anni in Lombardia, aveva trovato posto in tribuna stampa grazie a una gentilezza che mi aveva fatto il collega Thomas Villa, oggi alla Rai e allora nell’ufficio stampa dell’Inter. Fin lì tutto sommato non c’era nulla di male anche se sarebbe stato più logico e corretto trovargli una sistemazione altrove. Il guaio è che fecero sedere Andrea al fianco del sommo vate Gianni Brera. Il quale per tutta la durata dell’incontro non trovò di meglio che evidenziare le ingenuità se non proprio la pochezza della matricola, con quel suo modo canzonatorio di procedere contro tutto quanto non sapesse di uruguagio o di calcio all’italiana. Mio cugino è un tipo buono e caro, ma anche schietto. Così quando arrivò il pareggio, Vate o non Vate, non gliele mandò a dire, inscenando una recita arricchita di inequivocabili gesti con le mani sui cui significati neanche tanto reconditi è meglio sorvolare. Inutile aggiungere che dovettero intervenire i “ghisa”, ovvero i vigili milanesi per allontanarlo, mentre io cercavo inutilmente e con poca credibilità di far capire che anche lui era lì per un servizio giornalistico.

Anche oggi ho esultato, anche se per la verità un po’ di rammarico mi è rimasto. Non perché il risultato ci stia stretto, anzi. Ma perché ero e resto convinto che, per come è strutturata, l’Inter di quest’anno sia la formazione ideale per esaltare le qualità dei rossoblù. Per questo motivo non ho trovato affatto casuale il nostro vantaggio al riposo, seppur giunto solo su rigore. Sapevo tra l’altro che i ragazzi, legatissimi al loro allenatore Lopez, avrebbero fatto di tutto per toglierlo dalla  imbarazzante situazione in cui i cinque ko negli ultimi sei incontri l’avevano cacciato. E secondo me lo sapeva benissimo anche il presidente Cellino, che per ottenere tale reazione non aveva esitato a inscenare la pantomima dell’esonero poi annullato. Il rammarico mi è rimasto per quel secondo tempo troppo rinunciatario, figlio non già della mancanza di coraggio da parte del Cagliari, ma ahimè di una preparazione atletica alquanto deficitaria in quasi tutti i presenti. Giocatori come Ibarbo, Cossu e Avelar non giocavano una partita intera da tempo; Pinilla sì, ma sappiamo bene che proprio la mancanza di un’adeguata tenuta fisica gli ha impedito di essere un calciatore di livello mondiale. Vecino a Firenze aveva messo insieme solo qualche scampolo di gara e  Adryan non ne parliamo, forse 90’ interi li avrà giocati tre volte in vita sua. Insomma, era prevedibile che se non ci fossero stati cambi all’intervallo il Cagliari sarebbe scomparso, con il rischio di prendere tre o quattro gol. Aggiungiamo poi che gli ingressi di Eriksson e Perico hanno decisamente indebolito la squadra (Lopez magari ci dirà che Sau si era infortunato nella rifinitura…), ragion per cui si può tranquillamente far festa se alla fine Avramov ha dovuto raccogliere alle sue spalle solo un pallone, quello calciato da pochi passi da Rolando. In tutto questo credo che l’aspetto più significativo dell’intero pomeriggio sia stata l’espressione di Thohir, ripreso con gli occhi al cielo almeno cinque o sei volte in tribuna stampa. Per la serie: perché mai avrò deciso di gettare dalla finestra 300 milioni?

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