Zola, perché questa scarsa fiducia nei confronti di Sau?

Oliena dista da Tonara  poco più di 60 km nel percorso stradale, decisamente di più nel rapporto tra Zola e Sau, forse i cittadini più rappresentativi dei due centri. Quando in periodo natalizio Gianfranco arrivò sulla panchina del Cagliari, l’attaccante era ormai avviato al recupero dopo il lungo infortunio riportato all’inizio di novembre contro il Genoa, che gli aveva fatto saltare le successive cinque gare di campionato. Si era ipotizzato un rientro ancora ai tempi di Zeman contro la Juve, ma poi si era convenuto che sarebbe stato meglio non rischiare visto che si era alle soglie della sosta del torneo. Zola debutta in panchina il 6 gennaio col Palermo, ma Sau rimane a osservare la disfatta da casa perché giudicato non ancora pronto. Effettivamente i guai muscolari sono una brutta bestia da debellare. Ma una settimana dopo arriva il Cesena, sembra scontato il suo ritorno… e ancora niente, neanche un minuto.  Resta in panchina e osserva l’ingresso di Caio Rangel nel finale. Tre giorni ancora si gioca a Parma, in coppa Italia, e Sau è sempre in panchina, ma nel finale entra e con un gol sembra dire: “ guarda che ci sono anch’io”. E’ una situazione strana perché è opinione comune che i guai di Zeman siano cominciati con l’infortunio del tonarese, e che senza il suo stop il Cagliari probabilmente non sarebbe crollato in picchiata. Sau insomma non è uno qualunque , ma evidentemente non è così per il nuovo allenatore rossoblù che a Udine lo sbatte nuovamente in panchina, salvo farlo entrare per giocarsi il tutto per tutto nella rimonta finale.  Ora Zola avrà capito, pensano tutti, ma contro il Sassuolo è la stessa scena, anzi peggio. Ancora una manciata di minuti con ingresso addirittura come quinta punta, come a dire “sei l’ultima ruota del carro”. Sau mastica amaro e non riesce neppure a godersi il ritorno a tempo pieno (finalmente) a Bergamo. Perché? Per il semplice motivo che gioca a quaranta metri se non cinquanta dalla porta, in un ruolo mai ricoperto in vita sua. Fatte queste considerazioni di carattere puramente statistico, ne aggiungo un’altra: è assodato che una dote importante di un calciatore professionista sia rappresentata dal carattere, e che senza quello ben difficilmente si può fare carriera. Ma è anche vero che la fiducia ti fa rendere dieci volte di più e fino a questo momento non è che Zola ne abbia dimostrata tanta nei confronti del calciatore. Allora mi permetto di fare un doppio invito: a Marco di non mollare, e al tecnico di rivedere questo ostracismo. Inutile e dannoso, perché Sau è un patrimonio di questo Cagliari, tra l’altro l’ultimo dei sei sardi di ogni tempo (in questo senso può definirsi “collega” di Zola) ad aver vestito la casacca della Nazionale. Meno di due anni fa per essere chiari.

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