Ma vuoi mettere Waterfront con curri piccoccheddu no ri frimisi?

Ballare in un concerto per un’ora e mezza non è poi questa grande impresa, salvo fare i conti e ricordare che l’evento si è ripetuto solo quattro volte negli ultimi dieci anni, e di queste tre per lo stesso gruppo. Ma è quando sono tornato a casa e ho cercato di sciacquarmi la faccia che ho capito: a 55 anni forse non è più il caso di fare certi sforzi, anche se la musica è pazzesca, i testi riescono allo stesso tempo a farti divertire e pensare se non addirittura commuovere, e la sabbia sotto i piedi ti consente comunque un buon appoggio per evitare strempate inopinate. Non riuscivo neanche a sollevare le braccia per portarmi l’acqua al viso, troppa la fatica. Già perché non bastasse la desuetudine al ballo, bisogna aggiungere che altro è dimenarsi con figlia di cinque anni in braccio per tutto quel tempo. Non è la scusa per giustificare la maglietta completamente bagnata (camminando sul lungomare del Poetto al ritorno, all’una di notte, con moglie schifata che teneva prudentemente tre passi di distanza e figli al seguito che mi guardavano con un misto di incredulità e fastidio per il sonno profondo rubato, la gente si chiedeva: ma per farsi un bagno in mare che bisogno aveva di buttarsi vestito?), è la gioia di raccontare il concerto di Dr Drer&Crc Posse che mi sono goduto come quando entravo in una sala dove Filippo Lantini cominciava a mettere i ritmi di James Brown ed io cominciavo a dimenarmi in maniera brutta davvero a vedersi, senza riuscire a fermarmi. La vera storia di quel generale bastardo che mandava i sardi della Brigata al macello nella prima guerra mondiale; sa genti appicculara a su treno e Senorbì per scappare dai bombardamenti americani nella Cagliari del 43; una donna della nostra terra alla ricerca del figlio scomparso come altri 30mila desaparecidos nell’Argentina dei colonnelli; i nuovi brani. Addirittura la dedica per i bambini che grazie al testo di sardu alfabetu sanno dire qualche parola nella nostra lingua di cui chissà perché ci vergogniamo. Negli anni 80 c’era un gruppo, i Simple Minds, che andava per la maggiore. Irlandesi, ricordavo, invece giustamente l’amico Riccardo mi corregge: scozzesi,  erano i miti di Bono e degli U2 che poi li avrebbero soppiantati in popolarità successi e bravura. Con i Cure in Europa non avevano rivali. Andai in tre concerti a vederli e in uno di questi, a Parigi, avevo la mia Lna stracarica di gente. Vedendo trecento metri più avanti un posto di blocco accostai, mi fermai e feci scendere ad una ad una undici persone (non chiedetemi come ci fossero state, non ne ho idea) tra lo sguardo esterrefatto della Gendarmerie che pensava ad uno scherzo e che comunque non intervenne salvandomi da una multa sicura se non dal ritiro dell’auto. Ieri vedendo per la terza volta su dottori e i suoi compagni ho eguagliato quel record e qualcosa mi dice che prima o poi lo batterò. Alla faccia di Glittering Prize e Waterfront. Curri piccioccheddu no ri frimisi è davvero un’altra cosa. Grazie ragazzi, il cinque che ho dato a Michele mentre cantava era per tutti voi.

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