Quando Eraldo fece invidia persino a Facchetti

A metà degli anni Settanta, quando il Cagliari d’oro concludeva mestamente il suo ciclo, avevo rifatto il testo della canzone del Gigante della pubblicità Ferrero che metteva in riga Jo Condor . Nella mia mente bacata di dodicenne irrequieto, il cattivo era personificato da Andrea Arrica che dopo essersi preso i giusti meriti per aver costruito quello squadrone, stava subendo gli improperi dei tifosi per i risultati che ahimè non arrivavano più. E manco a dirlo Gigi Riva era il “Gigante… pensaci tu” della celebre canzoncina, uno degli spot preferiti su Carosello. E parafrasando il testo originale, il Bomber in risposta alle lamentele chiedeva: “Cos’ha di nuovo combinato quel cattivone di Arrica?”. A quel punto rispondeva il coro dei tifosi delusi: “Ha venduto Albertosi, che para tiri portentosi… ha venduto Martiradonna, che agli avversari metteva la gonna…. Ha venduto Cera, che era una bandiera… ha venduto Greatti, anche se giocava a tratti… ha venduto Gori, che ci azzecca anche da fuori… ha venduto Domenghini, che fa felici grandi e piccini.. ha venduto Mancin tichitichitichitin…” I nomi potevano cambiare, se ne aggiungevano sempre di nuovi con nuove rime baciate, ma in chiusura doveva esserci sempre lui, Eraldo Mancin. E per tantissimi bambini sardi che come me avevano la passione dell’Album delle figurine, e con quello avevano affinato  la tecnica per imparare a leggere, la sua scheda era un refuso. Porto Tolle, suo luogo di nascita (nella frazione di Polesine Camerini), per il sottoscritto era in realtà un Porto Torres storpiato. Eraldo era nato lì in provincia di Rovigo nel 1945, e al pallone si era dedicato grazie anche agli incoraggiamenti del nonno Antonio. Si era messo in evidenza nel Venezia che lo aveva preso a 15 anni dal Contarina (patria di Rimbano, altro terzino sinistro di qualche anno più giovane), dove aveva già giocato in Promozione, e venne fatto debuttare in B diciottenne. Sempre in laguna, dopo un campionato a Verona, tornò per giocare titolare in serie A a 21 anni. Esordio col Milan, subito in gol con Rivera e poi al raddoppio con Lodetti. Marcò in quell’occasione Amarildo (poi suo compagno a Firenze) che gli diede parecchio filo da torcere e con qualche colpo proibito gli insegnò – parole sue  – “a… sopravvivere nel calcio dei grandi”. Era il Venezia del coetaneo Ferruccio Mazzola (Mazzola II), arrivato in prestito dall’Inter di HH e presentatosi con due gol nelle prime due partite: ma era anche la squadra dell’ala sinistra Pochissimo, uno dei nomi che più faceva divertire noi bambini per la sua stranezza. Quell’anno, torneo 66-67, Mancin fece la sua conoscenza con l’Amsicora alla settima giornata, e non fu un ricordo da tramandare ai posteri. I rossoblù passati nell’estate dalla guida di Silvestri a quella di Scopigno, stapparono un inizio di campionato prodigioso non solo per il record iniziale di imbattibilità di 712’ stabilito da Reginato, ma anche per le due quaterne consecutive interne ( a zero) rifilate prima al Bologna e poi proprio al Venezia. In fotocopia i primi tre marcatori (Riva-Riva-Boninsegna), cambiava solo l’ultimo (sempre Riva contro gli emiliani, Greatti contro i veneti). Per Eraldo non fu un gran pomeriggio, ma niente in confronto al 2-6 rifilato a domicilio dalla Fiorentina qualche settimana dopo. Due gol portarono la firma di uccellino Hamrin, il suo uomo, ma paradossalmente quell’anno nonostante la retrocessione doveva rivelarsi per Mancin foriero di soddisfazioni visto che al termine della stagione fu proprio la Fiorentina yè yè di Chiappella ad acquistarlo dietro suggerimento di Segato, l’allenatore che l’aveva fatto debuttare in A, ex gloria viola nello scudetto del 56 con Bernardini. Un campionato di apprendistato con il primo gol in A realizzato a Valsecchi dell’Atalanta (vittoria viola per 1-0) e poi lo scudetto con Pesaola in panchina, sì proprio quello ottenuto ai danni del Cagliari che si era fatto superare dopo aver ottenuto il titolo di campione d’Inverno, Mancin giocò 29 partite su 30 (saltò solo la trasferta di Vicenza per squalifica). In Sardegna arrivò insieme a 185 milioni di conguaglio per una sorta di scambio tra esautorati: da un lato lui fatto fuori da Pesaola dopo un diverbio, dall’altro Longoni fatto fuori da Scopigno dopo che in una partita con la Roma il compianto mancino dai polpacci inverosimili  aveva disatteso il suo ordine di marcare Peirò. Mancin ottenne un bis immediato anche se masticò amaro perché incappò nella migliore stagione di Zignoli che in tutto il campionato nello stesso ruolo non fece mai segnare l’avversario diretto. Pur partendo titolare quella stagione (tre su tre in Coppa Italia e debutto in campo dall’inizio nella prima giornata a Genova con la Sampdoria), perse il posto (“presi male quel trasferimento e non ci misi la giusta concentrazione così finii in panchina. Poi invece quell’arrivo a Cagliari fu la mia fortuna perché mi trovai a meraviglia sia dentro che fuori dal campo”) e giocò alla fine solo 8 volte (divennero 21 con le 2 gare in Coppa delle Fiere, poi Coppa Uefa e attuale Europa League, e le 11 presenze con un gol in Coppa Italia dove fu sempre presente)  ma si consolò pensando che in fondo a lui era andata bene (due scudetti in due anni) al contrario di Pino Longoni che di quei due tricolori non ne ottenne neanche uno. Avevo 9 anni ma già fantasticavo su formazioni e scelte del tecnico, chiedendomi come mai Scopigno lo impiegasse col contagocce. E ricordo come fosse ieri la gioia dopo un pomeriggio trascorso a letto con la febbre senza avere notizia di un Cagliari-Roma ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia.  Per la verità il mio problema maggiore era quello di sapere se fosse sceso in campo Riva che solo tre giorni prima aveva segnato in azzurro a Madrid contro la Spagna (2-2, la partita degli autogol di Salvadore che, ironia della sorte, spalancarono a Niccolai le porte della nazionale) e che veniva dato in dubbio. Peraltro dopo la vittoria dell’andata all’Olimpico per 1-0 il passaggio era quasi assicurato. Dovetti attendere il telegiornale della sera (fu mio padre a darmi la lieta novella) per sapere che i rossoblù avevano vinto 2-0 con un gol di Mancin e il raddoppio del  Bomber. Il buon Eraldo dopo aver giocato il primo tempo nel suo ruolo consueto di terzino sinistro fluidificante, venne spostato in avanti sulla fascia dopo l’ingresso di Zignoli al posto di Greatti che era uscito per un affaticamento muscolare (al tempo c’era solo un uomo in panchina oltre al portiere di riserva). Dall’anno seguente, anche per il ritorno alla base milanista di Zignoli, Mancin divenne titolare, centrando il record dell’unico terzino a fare tripletta in serie A, cosa che non riuscì neanche al suo idolo Facchetti. Accadde col Verona all’ultima di campionato il 23 maggio del 1971 (4-1). Quello che molti non sanno è che quel giorno diversi osservatori delle grandi squadre erano giunti al Sant’Elia per il giovane Bergamaschi, reduce a soli 20 anni dalla prima stagione da titolare nel massimo torneo. Ma dopo aver visto la tripletta di colui che l’avrebbe dovuto marcare, mollarono quella pista chiedendo lumi sul prode Eraldo Mancin che naturalmente venne considerato incedibile da Andrea Arrica. Per inciso Bergamaschi sarebbe poi approdato al Milan dopo un paio d’anni, senza mai incidere, e poi una volta smesso di giocare divenne titolare di una tabaccheria e casellante all’autostrada prima di tornare nel calcio come tecnico nel settore giovanile dell’Hellas. Fece comunque una discreta carriera in A, anche se gli sarebbe rimasta per sempre la descrizione fatta da un giornalista che andava per la maggiore in quel periodo: “Bergamaschi? Bravo, bravo, se può dirsi così di uno che sembra sempre correre sulle uova”. Mancin intanto sembrava diventato un bomber. Appena sette giorni dopo il magico tris segnò infatti il gol vittoria del Cagliari in Inghilterra contro l’West Browmich Albion (2-1 nel torneo Anglo-Italiano). “Quell’anno segnai più del centravanti che non era uno qualunque ma Bobo Gori” mi raccontò orgoglioso in un messaggio privato su Facebook.  Mai una parola sopra le righe, era per tutti il compagno ideale. “Il calcio mi ha dato tanto senza che gli chiedessi qualcosa” era la sua massima di uomo mite, buono e dedito alla famiglia. Proprio per amore di sua moglie e dei figli rinunciò senza mai pentirsi alla carriera da allenatore professionista. Aveva viaggiato troppo da calciatore e voleva star loro vicino. In rossoblù in sei anni mise insieme 114 gare di campionato, oltre 150 in tutto e segnò altri due gol (Vicenza e Sampdoria). A Pescara altre tre stagioni con due promozioni in A (una ottenuta agli spareggi insieme all’Atalanta proprio a discapito del Cagliari) e una retrocessione in B. Chiuse in C vicino a casa sua col Mestrina. Per lui 216 partite e 6 gol in serie A. Oltre al record dell’unico difensore capace di realizzare una tripletta nella massima serie, detiene con tre campioni del calibro di Giovanni Ferrari, Roby Baggio e Andrea Pirlo (nonché il portiere Riccardo Toros e l’altro ex rossoblù Alessandro Orlando) l’altro primato di aver vinto due scudetti consecutivi con due maglie diverse. E il terzo primato lo divide con l’allenatore Bernardini, perché vincere due scudetti è già una bella cosa ma vincerli con due squadre provinciali (Fiorentina e Cagliari per lui, sempre Fiorentina e Bologna per il celebre Fuffo) è davvero il massimo. Un altro degli eroi dello scudetto ci ha lasciato, poco tempo dopo Nenè. Prima di loro i giocatori Martiradonna, Zignoli, Tampucci, i dirigenti Corrias, Arrica, Marras, Delogu, Bellu, Ferrari, Carro; gli allenatori Scopigno e Conti, i massaggiatori Viganò e Duri. Ciao Eraldo, a Verona col Chievo il Cagliari giocherà col lutto al braccio per ricordarti.

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4 Pensieri su &Idquo;Quando Eraldo fece invidia persino a Facchetti

  1. Bel ricordo del “nostro” Eraldo. Come al solito Nanni non si risparmia in aneddoti e curiosità che al sottoscritto sono sconosciuti e poi sul luogo di nascita ha ragione. Porto Tolle anche per me e per diversi anni è stato difficile non pronunciarla Porto Torres. Boh, stranezze infantili. Ciao.

  2. Straordinario. Un bel “pezzo” non soltanto per ricordare Eraldo Mancin, ma un modo diverso e graditissimo per dire un “grazie” , a quarantasei anni di distanza, a tutti quei giocatori, a Scopigno e a dirigenti illuminati, che hanno portato lo scudetto in Sardegna ( sì, in Sardegna ).
    Bravo, Nanni..

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