Ciao Anzolin, l’avversario del Cagliari che quasi ci fece venire un infarto

“Rincorsa di Riva, tiro: parata di Anzolin ma il pallone entra in rete!”. Quel tono prima enfatico, poi rassegnato era per me la prova provata della fede juventina di Enrico Ameri. Mi aveva fatto perdere dieci anni di vita il più noto dei radiocronisti di “Tutto il calcio minuto per minuto” quando commentò in diretta il rigore con cui Gigi Riva dava un calcio a tutto. Non solo alle speranze della Juve, ma anche a quelle di un mondo che faticava a vedere arrivare lo scudetto in Sardegna. Gli industriali del nord a cominciare dalla famiglia Agnelli che faceva di tutto per rubarci il nostro condottiero; la classe arbitrale sempre incline a seguire il vento dei più potenti (Toselli in quegli anni ce ne combinò di tutti i colori, Angonese, Monti e Carminati non furono da meno; il romano Sbardella che a Milano si inventò una punizione per farci perdere con l’Inter); il presidente della Figc, il toscano Franchi che già l’anno prima aveva sventato la minaccia con il sorpasso della sua Fiorentina. Lo stesso Gianni Brera, incontrastato re dei giornalisti, che si svenava per il suo conterraneo ribattezzato prima Brenno e poi Rombodituono, ma sosteneva che mai e poi mai quella terra soffiata dallo scirocco avrebbe potuto conquistare il titolo più ambito. Il Cagliari si era sentito accerchiato, aveva interpretato come un segno avverso del destino persino uno sciopero degli operatori Rai che nel giorno fatidico, il 15 marzo del 1970, avevano incrociato le braccia. Le immagini che ancora oggi ci fanno saltare dalla sedia, con quel sinistro folgorante che il portiere intuisce, attutisce, ma non può evitare che entri in rete, le girò un cineoperatore qualunque, un privato. E la disperazione del portiere che sbatte i pugni per terra dopo aver creduto nel miracolo non smetterà mai di far godere i tifosi rossoblù. Ieri quel portiere ci ha lasciato, ma il suo nome così orecchiabile rimarrà per sempre nei nostri cuori. In fondo anche lui, Roberto Anzolin, veneto di Valdagno dove era nato nel 1938, era uno che aveva vinto contro tutto e tutti. Partire dal Marzotto Valdagno per arrivare alla Juve e rimanerci nove anni non era proprio uno scherzo. Nel mezzo aveva fatto due anni a Palermo. Così belli che i bianconeri per convincere il presidente Lanza di Trabia a privarsene dovettero cedere tutti insieme il portiere Mattrel, lo svedese Borjessonacquistato neanche un mese prima, e nientedimenochè Tarcisio Burgnich! Averci giocato per 305 volte (230 in campionato, 46 nelle coppe europee e 29 in Coppa Italia) con quel fisico neanche imponente (“la zanzara” lo chiamavano), conquistando sempre la fiducia dell’allenatore di turno anche quando partiva da riserva, fa capire quanto abbia dovuto combattere per imporsi. “E’ più gatto di me” disse di lui Martino Colombo, suo compagno in bianconero dopo i grandi successi colti col Cagliari che con lui salì dalla C alla A in tre anni, arrivando poi sesto al primo campionato nella massima divisione. Nel campionato 66-67, vinto dalla Juventus grazie anche alla papera di Sarti che fece perdere all’Inter uno scudetto già vinto, Anzolin venne impiegato dal tecnico paraguaiano Heriberto Herrera per tutti i 34 incontri, senza lasciare neanche un minuto al povero Colombo. “Andava dritto al sodo il mister, non si piegava mai – diceva – io gli devo molto perché i suoi allenamenti mi potenziarono molto e anche nelle uscite riuscii a dire la mia”. Coi bianconeri vinse anche una Coppa Italia e una Coppa delle Alpi. La partita che non potrà mai dimenticare la giocò nel 1962 a Madrid in Coppa dei Campioni contro il grande Real  di Di Stefano e Puskas. “Loro avevano vinto a Torino, ma lì conquistammo il diritto alla bella con un gol di Sivori. Io parai tutto, compreso un bolide di Puskas da pochi passi che mi stese. A Madrid del resto già mi conoscevano, con la nazionale Under 21 ci avevo già giocato acchiappando anche le mosche. Quel giorno al Bernabeu finì 0-0 e i tifosi in segno di tributo mi sventolarono i fazzoletti bianchi”. Anzolin aveva grande rispetto di sé stesso, al punto da non considerarsi mai inferiore a nessuno. Arrivò anche a vestire l’azzurro, seppur per 45 minuti, sostituendo Albertosi in un’amichevole vinta dall’Italia 5-0 col Messico. L’ultima prima della infausta spedizione in Inghilterra ai Mondiali del ’66, quelli della Corea. “Il tiro di Pak Doo Ik l’avrei preso, ne sono sicuro”. Finita la carriera in bianconero, vinse il campionato di B da protagonista con l’Atalanta stabilendo un primato di imbattibilità di 792’. Poi salì ancora per due anni in serie A al Vicenza facendo la riserva di Bardin (dopo Colombo e Mattrel ecco il terzo portiere che lavorò col Cagliari). Chiuse la carriera nel massimo campionato a 35 anni con un altro primato: quell’anno entrò in campo 5 volte senza mai prendere gol. Scese in C col Monza e vinse due Coppe Italia di categoria, poi ancora sempre in C a Riccione e Casale. A 40 anni suonati i nerostellati giocano un’amichevole precampionato contro la Juventus di Trapattoni. In genere quelle partite finiscono in goleada, invece quel giorno il gatto para l’impossibile e l’incontro finisce con un incredibile 0-0. A fine gara Trap si avvicina ad Anzolin e gli dice: “Roberto, ma quanti anni hai?”. “Non te lo dico”, la risposta del vecchio avversario di mille partite. “Avessi saputo che sei ancora in questo stato di forma, ti avrei ripreso eccome alla Juve. A costo di falsificare la carta d’identità”. A fine stagione Anzolin dice che può bastare. Ma evidentemente era destino che fino all’ultimo dovesse lasciare un segno. Nell’84-85, il suo Marzotto gioca in Promozione e il portiere titolare s’infortuna. Il presidente della società, cognato di Anzolin, gli chiede la cortesia di rimettersi i guanti e i pantaloncini. “Dammi tempo questa partita e poi cercherò una soluzione”. Arriva la vittoria, le partite diventano 26 e i gol subiti appena 4. Roberto Anzolin aveva 47 anni!

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