Reginato: l’uomo dei record resta il fratello maggiore per quelli dello scudetto

Continua ad essere il fratello maggiore per i compagni dello scudetto del Cagliari,  un amico vero, leale, sempre pronto a venire incontro ad ogni loro esigenza. Adriano Reginato, l’uomo dei record, compie oggi 80 anni. Per chi lo ricorda vagamente come riserva di Albertosi nella stagione del tricolore, sarà bene offrire qualche dato di aggiornamento, perché Regi, così come lo chiamano tutti affettuosamente, non è stato solo un portiere di riserva o l’uomo dei 712’ di imbattibilità, ma un signore che fra i pali metteva a disagio molti attaccanti. Non aveva paura di niente e di nessuno, il suo coraggio era proverbiale. Basti dire che tra tutti i compagni portieri avuti da Gigi Riva nei 13 campionati in rossoblù (Colombo, Bertola, Mattrel, Pianta, Albertosi, Tampucci, Copparoni, Vecchi e Buso gli altri), Reginato è sempre stato il preferito nei proverbiali bombardamenti di Brenno Rombodituono, prima, durante e dopo gli allenamenti. “Magari facevo gol – ricorda Gigi – ma lui ci andava sempre. E le sue dita sono storte da allora perché non si tirava mai indietro. Un caro amico, un ragazzo (dice proprio così ndr) raro col quale ancora oggi mi sento con gioia”. Adriano Reginato è nato a Carbonera in provincia di Treviso e venne portato suo malgrado nel mondo del calcio professionistico (aveva ottenuto il diploma con la scuola Radio Elettra a Padova per fare il tecnico di radio-tv e l’antennista, e voleva aprire in paese un laboratorio tutto suo) da Bepi Moro, il suo celebre compaesano che anni prima aveva difeso i pali della nazionale e giocato nelle migliori squadre del campionato. Regi giocava, senza neanche allenarsi, la domenica nella squadretta delle Cartiere Burgo, dove era stato assunto in fabbrica a 17 anni in luogo del papà che aveva dovuto smettere per un infortunio sul lavoro. Un giorno il Treviso, allenato da Arturo Silvestri rimane senza portieri e Moro senza preavviso lo chiama e lo manda dal futuro tecnico del Cagliari per difendere i pali della squadra in serie C. Aveva intravisto delle doti nel ragazzino e i fatti gli diedero ragione. Contro Piacenza e Marzotto Reginato tiene la porta imbattuta e comincia la sua carriera nonostante sia costretto a fermarsi due anni per il militare. Quando torna gli fanno un contrattino di 100mila lire, nel frattempo continua il lavoro in fabbrica e quello da tecnico delle tv e radio. I turni a rotazione si fanno sentire, dorme qualche ora per notte e riesce pure ad allenarsi. Non si sa come faccia, ma si mette in mostra in due campionati ad alto livello e rifiuta un paio di richieste di serie superiore (c’è sempre da acquistare il laboratorio per riparare tv nella sua testa), ma quando il suo presidente Tesser lo segnala all’amico Nereo Rocco, che proprio a Treviso aveva iniziato ad allenare, Reginato non può dire di no a priori. “Non farmi fare brutta figura _ lo supplicò Tesser. Che figura ci faccio col Paron? Vai, spieghi le tue ragioni e se poi non se ne fa niente resti qui e siamo tutti contenti”. E lui obbedisce.  “Dopo un’intera giornata in cui un dirigente mi portò in giro a vedere le bellezze della città, mi fecero entrare in sede – ricorda Adriano Reginato – una cosa bellissima ed emozionante perché erano esposti in bacheca tutti i trofei vinti da Valentino Mazzola e dal Grande Torino. Ma ancora ero fermo sulla mia decisione. Quando poi il vice presidente Traversa disse la cifra di ingaggio e premi (2 milioni e mezzo per il primo che sarebbe stato raddoppiato con i premi) non ebbi più dubbi e firmai. Per arrivare a guadagnare cinque milioni a Treviso avrei dovuto giocare cinque campionati!”. E in granata resta due anni, con un settimo e un terzo posto, e nonostante sia in partenza la riserva di Lido Vieri che era nel giro della nazionale, stabilisce il primo dei suoi quattro record che ancora resistono: resta imbattuto per 529’, bloccando gli attacchi del Bologna che quell’anno vincerà lo scudetto (Nielsen e Pascutti erano due bei tipini), quindi ferma il Milan di Altafini, il Mantova di Zoff (lui e Dino che stava all’Udinese erano stati i due portieri più promettenti del mercato precedente) e della Juventus che oltre a Sivori in attacco schierava proprio Claudio Nenè, suo futuro amico e compagno. Resta imbattuto anche contro il Bari e prende i primi gol da Angelillo nel finale della partita con la Roma che sembrava ormai asfaltata dopo il 2-0 granata. “Ricordo come un incubo il ritorno a casa quella notte. Rocco era solito riaccompagnarmi perché andava a Trieste, e quindi Treviso veniva sulla strada. Ma da Torino a Brescia non aprì bocca: nella sua Lancia Flavia la tensione si tagliava a fette e io non avevo il coraggio di dire nulla, anche se le sue ire erano rivolte a Ferretti che aveva fatto un intervento a vuoto in area tentando un’improbabile rovesciata che spianò la strada ad Angelillo. A un certo punto, vicino a Brescia finalmente parlò: ‘Ma tu proprio non potevi farci nulla?’ E io con un filo di voce: Mister, Angelillo si è presentato tutto solo, mi ha fatto una finta e mi ha messo a sedere. Bofonchiò qualcosa e poi deviò dal solito percorso stradale. ‘Non ce la faccio a guidare, sono troppo nervoso. Mi fermo qui’. E trascorremmo la notte in un albergo vicino a Brescia per ripartire il giorno dopo”. A proposito di quel primato del Torino, che mai era stato battuto in precedenza neanche dal grande Bacigalupo, né in seguito dai vari Castellini e Terraneo, l’Almanacco Panini gli ha dedicato una bella foto con dedica nell’edizione del 2017. “Rocco era un personaggio fatto a modo suo –riapre l’agenda degli aneddoti Adriano – di quegli anni trascorsi a Torino ho grandi ricordi, ma anche l’incubo di quell’allenamento che mi mandava a casa un’ora buona dopo gli altri. Il mister pretendeva che tutti si allenassero per mandare la palla all’incrocio dei pali, portieri compresi. Così legava una funicella a formare un triangolo tra i pali e la traversa e noi dovevamo calciare dal limite cercando di infilare il pallone proprio lì, nel “sette”. Se uno aveva il sinistro di Gigi Meroni o il destro di Gigi Simoni non era un problema. Ma per me la faccenda era molto complicata e finivo per rimanere l’ultimo quando ormai era buio”. Ma era nulla in confronto agli altri scherzi che gli avrebbe combinato il Paron. Regi si era fidanzato con Luciana, una bellissima ragazza della buona borghesia di Parma che viveva a Trento con la famiglia e che insieme a 50 anni di gioie, prima di morire un paio di anni fa, gli avrebbe regalato tre figli. Ci mise un attimo a capire che sarebbe stato il grande e unico amore della sua vita quando la vide scendere le scale dell’albergo che la ospitava a Jesolo, dove i due si erano conosciuti nelle vacanze estive. “Era bellissima e io timidissimo non sapevo da dove cominciare. Mi ci volle un incidente in auto per rincontrarla casualmente dopo che temevo di averla persa per sempre senza essermi neanche fatto avanti”. All’inizio furono le cartoline, poi quando l’amore sbocciò bisognava fare i conti con i genitori di lei che mal vedevano il fidanzamento con un calciatore. “Quando finalmente fissammo la data, dopo aver ottenuto il benestare da Rocco, successe che il Torino perse un paio di partite e che di lì a poco dovesse giocare una gara infrasettimanale di Coppa. Rocco, manco a dirlo, abolì tutti i permessi e il fidanzamento venne rimandato. Immaginatevi la reazione dei futuri suoceri che già mi vedevano male!”. Ma tutto si sistema, almeno per modo di dire. Per vedere Luciana Adriano, che nel frattempo ha acquistato un’auto e viaggia solo, parte ogni due settimane dopo gli incontri casalinghi, la domenica sera. “Il problema era la nebbia che sino allo svincolo di Peschiera del Garda non dava tregua. Guidavo praticamente al buio, si viaggiava lentissimi per evitare guai, ma una notte senza rendermene conto feci la barba al guard rail. Tonc, tonc, tonc…  faceva la portiera che sbatteva. Così non si poteva andare avanti. Allora con Luciana presi la grande decisione: se Rocco mi conferma per l’anno venturo ci sposiamo e lei viene a vivere a Torino. Andai a chiedere che programmi aveva la società sul mio conto e l’allenatore mi disse: ‘Ma va mona, dove vuoi andare? Certo che rimani! Anzi vengo io a farti da testimone e ti porto il mio amico prete per celebrare’. Finisce il campionato, tutti in vacanza e arriva il giorno del fatidico sì. Tutti in chiesa a Trento ad aspettare, quando arriva una telefonata da Trieste. Rocco e l’amico prete la sera prima avevano fatto una scorpacciata di frutti di mare e avevano trascorso la notte tra lancinanti dolori intestinali. Inutile dire che in quattro e quattr’otto dovetti trovare un altro prete per celebrare la messa e un testimone per il sottoscritto”. Tutto finito? No, il bello deve arrivare. Partiti finalmente in vacanza i novelli sposini fanno tappa in una località balneare. Entrano in un bar dove un signore dalla inconfondibile parlata romana sta leggendo a voce alta il Corriere dello Sport con le pagine spalancate. “Stavo bevendo il caffè quando vedo mia moglie che strabuzza gli occhi incredula: ‘Adriano, ma quello sei tu!’. Mi giro e vedo la mia foto e sopra il titolo: “Reginato al Vicenza”. E meno male che ero stato un mona a chiedere se dovevo essere confermato”. In realtà a Torino Rocco si era reso conto che un tipo emotivo come Vieri non poteva avere un dodicesimo così temibile, meglio Gianni Gennari, già appagato dall’essere tornato alla casa madre dopo i prestiti ad Asti e Casale nelle serie inferiori. Inutile dire che Gennari non metterà mai piede in campo e Lido Vieri giocando 34 partite su 34 riacquisterà la tranquillità perduta. A Vicenza Regi è titolare, ogni tanto lascia spazio all’esperienza del vecchio Luison (che ha tre anni in più ma è di casa dal 1953 salvo prestiti), solo quando è infortunato. In tribuna a vedere le partite dei veneti, siede spesso un ex allenatore che da quelle porti aveva imparato il mestiere alla scuola del bravissimo Roberto Lerici. Si chiama Manlio Scopigno ed è sempre al Menti perché il Bologna lo ha cacciato dopo poche domeniche. Troppo pesante l’eredità di Fulvio Bernardini per non risentirne. Ecco perché l’anno seguente, quando Scopigno arriva al Cagliari e Andrea Arrica paga 120 milioni di lire per acquistare il mediano romano Sandro Tiberi che nel super centrocampo rossoblù troverà spazio solo 11 volte, come aggiunta si fa infilare Reginato. Inutile dire che la notizia del trasferimento giunge al nostro sulla falsariga della precedente. “Un giorno sotto la doccia sento Vinicio (stratosferico quell’anno con 25 reti ndc) che mi chiama sardignolo – racconta Adriano – lascio cadere lì la cosa. Il giorno dopo in campo la stessa cosa. Allora gli chiedo: Luis guarda che sono nato a Treviso. E lui: ma come,  non sai che vai in Sardegna? Allora succedeva così, ti vendevano a un’altra squadra e nessuno ti diceva niente”. Anche a Cagliari fissa l’appuntamento con i dirigenti per dire che non se ne farà nulla, ma come andò a finire lo sappiamo tutti. Quello che non tutti sanno è che in quell’estate del 1966 Reginato doveva partire come terzo portiere dietro Pianta e Mattrel e invece giocò 29 partite su 34 (5 le perse per infortunio) subendo appena 13 reti e stabilendo quel record iniziale di 712’ (ecco il secondo record) che rimane tuttora la miglior prestazione di un portiere in avvio. Altro record, il terzo, lo eguaglio’ perché apparteneva già a Juventus e Foggia che l’avevano stabilito l’anno prima. Riguarda i gol subiti in casa, appena 5, a conferma di un ermetismo casalingo che avrebbe trasformato l’Amsicora in un vero e proprio fortino. Quell’anno lo stadio cagliaritano non fu mai violato e dal 1966 al 1970 il Cagliari in quattro stagioni e 62 partite di campionato in totale perse solo 2 volte (contro la Roma 1-2 nel 67-68 e contro la Juventus 0-1 nel 68-69). Questo fa capire perché quando la squadra venne trasferita al Sant’Elia i giocatori fecero buon viso a cattiva sorte. La formazione titolare di quel Cagliari 66-67 era così composta: Reginato, Martiradonna, Longoni, Cera, Vescovi, Longo; Nenè, Rizzo, Boninsegna, Greatti, Riva.  A sentirli per il compleanno del loro amico sembra si siano messi d’accordo. “Talvolta Adriano poteva sembrare con la testa fra le nuvole – dice Piero Cera – ma non l’ho mai sentito arrabbiarsi con qualcuno”. Ricciotti Greatti, compagno di stanza da giocatore e collega nell’agenzia di assicurazioni, è rassegnato: “Più che un fratello maggiore potremmo definirci marito e moglie visto che stiamo assieme da più di 50 anni. A lui non potrei rinunciare”. Bobo Boninsegna parlandone non può che sorridere: “Allenati sempre Regi! Lui era un patito degli allenamenti, con quelle manone quando ti toccava rischiava di metterti ko. Arrivammo entrambi nell’estate del 66 e sua moglie fu carinissima con la mia che aveva solo 21 anni e andava a stare da lei quando partivamo in trasferta. Tanti auguri Regi a fai il bravo, anche se lo sei sempre stato amico mio!”. Quell’anno il Cagliari aveva sei titolari diversi rispetto allo scudetto, ma secondo Reginato già da allora la squadra avrebbe potuto compiere il miracolo: “Arrivammo sesti, ma dovete tenere conto che prendemmo solo 2 gol nelle prime 12 partite, perché anche dopo il gol di De Paoli a Torino ricominciai un’altra serie di partite imbattuto. Poi ne saltai 5 per un infortunio a Ferrara e il povero Mattrel prese 5 gol. Aggiungi a questo che Gigi si ruppe la gamba quand’era capocannoniere e mancavano ancora 11 partite alla fine, e i pensieri mi vengono anche se non c’è la controprova”. Il quarto record, è quello apparentemente meno sofferto se si pensa che appartiene a Reginato per appena 20 minuti giocati in tutto il campionato. Si riferisce alla stagione dello scudetto 69-70 quando il Cagliari prese appena 11 reti in 30 partite. Merito di una grande difesa e di quel grande portiere che era Albertosi, in campo 30 volte su 30. Ma Reginato in quei venti minuti all’ultima giornata, dovette affrontare a Torino contro la sua ex squadra una situazione niente affatto facile. E sarebbe bastato prendere un gol per compromettere quel primato che Cudicini del Milan aveva stabilito due anni prima con 12 gol. “Alla fine andò bene – è ancora Adriano che parla – ma era la classica situazione in cui entrando avevo tutto da perdere. C’era un clima di festa, il Torino prima dell’inizio ci aveva consegnato le medaglie dello scudetto vinto matematicamente due settimane prima, e sul risultato di 4-0 per noi si rideva e scherzava. A un certo punto chiesero a Gigi se in caso di rigore assegnato al Toro lo avesse voluto calciare lui. Insomma c’era un clima goliardico e le marcature erano diventate blande. Così Mondonico e Quadri cominciarono a prendere la mira per prendere parte alla festa. Ma la porta rimase inviolata e il record fu del Cagliari”. Sempre al Comunale, due anni dopo, Reginato gioca la sua ultima partita della carriera. E’ il campionato 71-72, il Cagliari dopo il settimo posto dovuto alla seconda frattura di Riva non inizia benissimo, al punto che alla vigilia della partita si parla addirittura di possibile esonero di Scopigno in caso di sconfitta. (Poi la squadra si riprenderà, arriverà quarta e in lotta per il titolo sino a poche giornate dal termine). I rossoblù giocano una partita d’orgoglio, imbavagliano i granata e Reginato sembra destinato a chiudere l’ennesima gara imbattuto. Ma a quattro minuti dalla fine l’amico Tomas, al secolo Giuseppe Tomasini, gli gioca uno scherzo che ancor oggi lo fa saltare dalla sedia quando ci pensa. Con la palla fra i piedi, senza avversari, due metri oltre il limite dell’area e soprattutto senza preavviso alcuno, il buon Beppe si gira ed effettua un retropassaggio al proprio portiere per perdere tempo (allora l’estremo difensore poteva anche prendere il pallone con le mani). Solo che indirizza la palla all’angolino in maniera non proprio blanda, e Reginato, avanzato qualche metro, resta spiazzato da una giocata che si sarebbe potuto aspettare da Niccolai, non da Tomasini. Sarebbe stato un autogol clamoroso, ma a toglierne tracce dagli almanacchi intervenne un giovane esordiente, Fernando Rossi, classe 1952 da Avenza , Massa, che toccò proprio sulla linea il pallone e così da allora può raccontare ai nipotini non solo di aver segnato in serie A nel giorno dell’esordio, ma di averlo fatto dopo appena sette minuti dall’ingresso in campo. Prodezza che rimarrà unica in carriera. Quando il diavolo ci mette la coda, si dice. Mentre parlo con Reginato di quest’episodio, entra in studio Tomasini. E la discussione riprende come se fosse stata interrotta due minuti prima e non 45 anni fa. “Tomas ma lo sai che in quei casi devi sempre passarla fuori dallo specchio della porta… Vabbè, mangia questi Pavesini che sarai stanco dopo la camminata che hai fatto per venire qui”. E Beppe indicandolo e abbracciandolo: “Questo è Regi, il nostro fratello maggiore. Auguroni amico mio!!!”. Anche da parte di tutti i sardi, che in questi cinquant’anni hanno avuto il piacere di conoscerti e apprezzarti.

 

 

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