Con Bruno Pace se n’è andato uno dei nostri

Cinque anni, sette mesi, 11 giorni (11 scritto in cifre non a caso). E’ il tempo esatto che impiegai per venire in questo mondo e vedere tutti assieme: 1) il primo gol di Riva in diretta; 2) il primo rigore trasformato da Riva in serie A, ancora in diretta; 3) la prima tripletta di Riva in serie A, sempre in diretta. Potevo considerarmi un privilegiato se il bomber aveva atteso proprio me e la mia prima volta allo stadio (Amsicora) per centrare tutti quegli obiettivi. Tra l’altro proprio la domenica precedente il portiere milanista Mantovani gli aveva respinto il primo tentativo dal dischetto che consentì ai rossoneri di strappare un pareggio, e quindi potete immaginare la veemenza con cui batté   Rino Rado (che bello per noi bambini pronunciare quel nome e cognome tutto attaccato) dal dischetto. Non contento del gol (il terzo di giornata) riprese la palla rimbalzata dopo aver colpito la rete, e la scagliò nuovamente in porta per la seconda volta, stavolta ancora più violentemente, quasi fosse arrabbiato per non averla sfondata al primo tentativo. Ma quel 2 ottobre 1966 fu anche la prima volta di Boninsegna all’Amsicora (Bonimba aveva già segnato al debutto rossoblù a Lecco due domeniche prima e contro gli emiliani segnò il terzo gol). Insomma, quel 4-0 finale al cospetto di campioni che venivano da un perentorio 5-0 rifilato sette giorni prima al Foggia e che rispondevano ai nomi di Bulgarelli, Haller, Nielsen e compagnia non era solo un successo schiacciante, ma anche uno spartiacque, un vero e proprio passaggio di consegne tra il Bologna che aveva vinto il tricolore tre anni prima e che fino all’infausta Corea di pochi mesi prima formava la colonna portante della nazionale, e il Cagliari del nuovo allenatore Scopigno che l’avrebbe vinto tre anni dopo e si apprestava a diventare la squadra più forte del reame. Tra l’altro pur assente in quel confronto, era sempre il Bologna di Ezio Pascutti, proprio colui che non volle Gigi Riva fra i piedi ai Mondiali inglesi e per accontentare il quale Mondino Fabbri escluse Brenno Rombodituono dall’elenco dei convocati per la Coppa Rimet del 1966, portandolo solo come turista e andando incontro alla più grande catastrofe calcistica della storia azzurra. Eguagliata solo 51 anni e 4 mesi dopo da Giampiero Ventura con l’eliminazione subita ad opera della Svezia e la mancata qualificazione al mondiale russo. L’ho presa decisamente alla lontana per ricordare Bruno Pace, scomparso ieri. Pace era l’altro numero 11 rossoblù in campo quel giorno, al debutto in serie A. Era stato un esordio lungamente atteso il suo, perché Pace a Bologna era arrivato già da quattro anni dalla sua Pescara, ma pur risultando nella rosa della squadra che vinse il tricolore del ‘64 con Bernardini e anche in quella dell’anno precedente, non era sceso mai in campo in due anni. Per festeggiare l’agognata prima volta tra i grandi dovette mangiare ancora due stagioni di pane duro, prima in C a Prato e poi in B a Padova, e soltanto dopo il tecnico argentino Carniglia gli diede finalmente la grande chance, curiosamente nel giorno peggiore per i suoi. Per noi bambini cagliaritani Pace era dunque un amico, uno dei nostri, semplicemente perché nell’album dei calciatori i dati della sua carriera sarebbero stati per sempre accompagnati a quella frasetta che ci riempiva di orgoglio. Esordio in serie A a Cagliari il 2-10-1966: Cagliari-Bologna 4-0. E se il nome di Bruno Pace alle nuove generazioni dice poco, val la pena ricordare come pur non diventando un grande campione la sua carriera l’ha fatta eccome. Otto campionati di serie A (sei a Bologna, uno a Palermo e uno a Verona) con 148 partite e 5 reti, una coppa Italia e un torneo Anglo-Italiano in bacheca da protagonista. Segnava poco (stranamente più in Europa che in campionato) ma era un giocatore mancino molto tecnico, capace di creare almeno un assist a partita. L’omologo di Claudio Sala per certi versi, sulla fascia opposta. Non a caso era stato anche lui un poeta del gol qualche anno prima del granata che era del 1947, quindi più giovane di quattro anni. Fece bene anche da allenatore dove partì da Modena vincendo un campionato di C e poi saltò direttamente in A con Catanzaro e Pisa. In Calabria ottenne un grandissimo settimo posto nell’81-82, poi l’anno dopo mise in panchina un certo Claudio Ranieri, uno dei senatori che gli fece la guerra e alla lunga lo fece saltare. Ma le cose andarono comunque male perché la squadra, affidata a Leotta (non è dato sapere se parente della giornalista) finì ultima. Ragazzo estroverso, si racconta che a Bologna il buon Bruno Pace facesse impazzire Oronzo Pugliese, il quale una volta si appostò fuori dall’uscio per vedere se era vero che il suo giocatore facesse una vita fuori dai canoni del professionista, avendo raccolto voci insistenti di continui via vai di belle fanciulle dal suo appartamento. Accecato dall’ira, Pugliese si attaccò al campanello sin quando l’assonnato Bruno Pace aprì la porta. Il buon Oronzo entrò di filato per individuare il corpo (è proprio il caso di dirlo) del reato, ma né sul letto, né da nessun altra parte trovò quel che cercava. Pace gli chiese: “mister che c’è?”. E il mago di Turi per niente smontato dal fallimento gli rispose con una domanda: “Dov’è la botola?”. Cercava il nascondiglio, una soffitta o una cantina, ma gli andò male. A Bologna e Pescara per un mese non si parlò d’altro.

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