Al fifa e Arena passa anche il Genoa

Inutile girarci intorno: sei sconfitte in otto partite sono un ottimo motivo per cambiare l’allenatore. Anche se è lo stesso con cui sei andato in serie A e lo stesso con cui hai ottenuto l’undicesimo posto al primo anno fra i grandi. Eppure, a bocce ferme e senza conoscere il pensiero del presidente Giulini, non sono certo che questo avvenga stasera. Anzi, non sono per nulla certo che questo avvenga punto. Perché il presidente del Cagliari è un tipo particolare, uno che difficilmente apre i cordoni della borsa per spese non previste. E per lui, affiancato da Zola in tribuna, un nuovo allenatore (con ambaradan di aiutanti al seguito) è quest’anno una spesa non prevista. O meglio sarebbe. Perché nel calcio come nella vita non si sa mai. Ma ponendo il caso che il patron rossoblù si decidesse in tal senso, opterebbe per un usato sicuro come i Guidolin e i Reja (sicuro fino a un certo punto perché entrambi sono fermi da un bel po’), su altri navigati come Iachini, Ballardini, Colantuono e Mandorlini, oppure seguirebbe i consigli per gli acquisti di Moggi, ovvero i soliti  Oddo e De Zerbi? E’ un quesito nel quesito indubbiamente. In attesa di conoscere la risposta ci sarebbe da analizzare il quarto ko consecutivo e il terzo ko casalingo, sempre consecutivo. A ben vedere lo stadio provvisorio si è rivelato davvero un fortino inespugnabile. Per il Cagliari! Così dopo aver fatto beneficienza con il Sassuolo, anche il Genoa per ottenere l’unica vittoria del suo torneo è dovuto venire al Sardegna Arena, che parafrasando un noto film di Totò da oggi chiameremo Fifa e Arena (la federazione internazionale del pallone non c’entra nulla). La squadra del risorto Juric è passata in vantaggio con Galabinov, raro esempio di come un attaccante a segno, meriti l’insufficienza per le altre tre reti divorate. E ha avuto nel franco marocchino Taarabt il suo eroe. Uno che a giudicarlo dalla partita  odierna (un gol e almeno quattro assist favolosi, di cui solo uno sfruttato) potrebbe essere accostato ai grandissimi di ogni tempo, se non fosse che è stato quasi sempre riserva ovunque abbia giocato (Francia, Inghilterra, Portogallo e Italia nella mezza stagione col Milan) con l’eccezione del Qpr, ma nella categoria inferiore. Rastelli alle stranezze ci ha abituato da sempre, inutile negarlo, ma stavolta è riuscito a sorprenderci con la scelta di schierare Van der Wiel, assente a lungo per infortunio, senza avergli mai fatto giocare neanche un’amichevole. Il risultato è stato ovviamente disastroso, col Genoa che nel primo tempo affondava sulla zona di competenza dell’olandese come e quando voleva, al punto da poter coniare per l’estemporaneo recuperato l’appellativo di “olandese vacante”. Forte del 2-0 all’intervallo la squadra ligure ha potuto assorbire senza troppi problemi il ritorno al gol dell’ex Pavoletti, a segno dopo 787 minuti di un digiuno interrotto a 10 giorni dallo spegnimento della prima candelina. Anche perché nonostante i tanti errori di Galabinov sotto porta (su uno di questi Cragno si è infortunato ed ha lasciato il posto a Rafael), ha triplicato con Rigoni. Il rigore trasformato da Joao Pedro quando mancava un quarto d’ora scarso alla fine, ha lasciato presagire che ci fosse il tempo almeno per un pareggio. Ma così non è stato.

Nanni Boi

Ps: Pagelle in rima e senza voto (vogliono essere scherzose, ma se qualcuno pensa di poter rimanere turbato dalla lettura, la visione è consigliata al pubblico adulto solo se accompagnato da un bambino):

Cragno: l’infortunio non è un guadagno.

Van der Wiel: sembra uscito dal catalogo Playmobil.

Romagna: Galabinov se lo magna.

Pisacane: un pomeriggio infame

Padoin: meglio se guardava Domenica In.

Ionita: la pazienza è finita.

Cigarini: sembra che giochi sugli scalini.

Barella: non basta l’incitamento della sorella.

Farias: forse era in vacanza a Domusdemarias.

Pavoletti: sono un ex, faccio i dispetti.

Joao Pedro: fa più legna di un cedro.

Faragò: se lo metti arriva il go’.

Rafael: se la dormiva nell’hotel.

Sau: a Ionita das bogau.

Rastelli: da oggi sei promosso ai fornelli.

 

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Ciao Anzolin, l’avversario del Cagliari che quasi ci fece venire un infarto

“Rincorsa di Riva, tiro: parata di Anzolin ma il pallone entra in rete!”. Quel tono prima enfatico, poi rassegnato era per me la prova provata della fede juventina di Enrico Ameri. Mi aveva fatto perdere dieci anni di vita il più noto dei radiocronisti di “Tutto il calcio minuto per minuto” quando commentò in diretta il rigore con cui Gigi Riva dava un calcio a tutto. Non solo alle speranze della Juve, ma anche a quelle di un mondo che faticava a vedere arrivare lo scudetto in Sardegna. Gli industriali del nord a cominciare dalla famiglia Agnelli che faceva di tutto per rubarci il nostro condottiero; la classe arbitrale sempre incline a seguire il vento dei più potenti (Toselli in quegli anni ce ne combinò di tutti i colori, Angonese, Monti e Carminati non furono da meno; il romano Sbardella che a Milano si inventò una punizione per farci perdere con l’Inter); il presidente della Figc, il toscano Franchi che già l’anno prima aveva sventato la minaccia con il sorpasso della sua Fiorentina. Lo stesso Gianni Brera, incontrastato re dei giornalisti, che si svenava per il suo conterraneo ribattezzato prima Brenno e poi Rombodituono, ma sosteneva che mai e poi mai quella terra soffiata dallo scirocco avrebbe potuto conquistare il titolo più ambito. Il Cagliari si era sentito accerchiato, aveva interpretato come un segno avverso del destino persino uno sciopero degli operatori Rai che nel giorno fatidico, il 15 marzo del 1970, avevano incrociato le braccia. Le immagini che ancora oggi ci fanno saltare dalla sedia, con quel sinistro folgorante che il portiere intuisce, attutisce, ma non può evitare che entri in rete, le girò un cineoperatore qualunque, un privato. E la disperazione del portiere che sbatte i pugni per terra dopo aver creduto nel miracolo non smetterà mai di far godere i tifosi rossoblù. Ieri quel portiere ci ha lasciato, ma il suo nome così orecchiabile rimarrà per sempre nei nostri cuori. In fondo anche lui, Roberto Anzolin, veneto di Valdagno dove era nato nel 1938, era uno che aveva vinto contro tutto e tutti. Partire dal Marzotto Valdagno per arrivare alla Juve e rimanerci nove anni non era proprio uno scherzo. Nel mezzo aveva fatto due anni a Palermo. Così belli che i bianconeri per convincere il presidente Lanza di Trabia a privarsene dovettero cedere tutti insieme il portiere Mattrel, lo svedese Borjessonacquistato neanche un mese prima, e nientedimenochè Tarcisio Burgnich! Averci giocato per 305 volte (230 in campionato, 46 nelle coppe europee e 29 in Coppa Italia) con quel fisico neanche imponente (“la zanzara” lo chiamavano), conquistando sempre la fiducia dell’allenatore di turno anche quando partiva da riserva, fa capire quanto abbia dovuto combattere per imporsi. “E’ più gatto di me” disse di lui Martino Colombo, suo compagno in bianconero dopo i grandi successi colti col Cagliari che con lui salì dalla C alla A in tre anni, arrivando poi sesto al primo campionato nella massima divisione. Nel campionato 66-67, vinto dalla Juventus grazie anche alla papera di Sarti che fece perdere all’Inter uno scudetto già vinto, Anzolin venne impiegato dal tecnico paraguaiano Heriberto Herrera per tutti i 34 incontri, senza lasciare neanche un minuto al povero Colombo. “Andava dritto al sodo il mister, non si piegava mai – diceva – io gli devo molto perché i suoi allenamenti mi potenziarono molto e anche nelle uscite riuscii a dire la mia”. Coi bianconeri vinse anche una Coppa Italia e una Coppa delle Alpi. La partita che non potrà mai dimenticare la giocò nel 1962 a Madrid in Coppa dei Campioni contro il grande Real  di Di Stefano e Puskas. “Loro avevano vinto a Torino, ma lì conquistammo il diritto alla bella con un gol di Sivori. Io parai tutto, compreso un bolide di Puskas da pochi passi che mi stese. A Madrid del resto già mi conoscevano, con la nazionale Under 21 ci avevo già giocato acchiappando anche le mosche. Quel giorno al Bernabeu finì 0-0 e i tifosi in segno di tributo mi sventolarono i fazzoletti bianchi”. Anzolin aveva grande rispetto di sé stesso, al punto da non considerarsi mai inferiore a nessuno. Arrivò anche a vestire l’azzurro, seppur per 45 minuti, sostituendo Albertosi in un’amichevole vinta dall’Italia 5-0 col Messico. L’ultima prima della infausta spedizione in Inghilterra ai Mondiali del ’66, quelli della Corea. “Il tiro di Pak Doo Ik l’avrei preso, ne sono sicuro”. Finita la carriera in bianconero, vinse il campionato di B da protagonista con l’Atalanta stabilendo un primato di imbattibilità di 792’. Poi salì ancora per due anni in serie A al Vicenza facendo la riserva di Bardin (dopo Colombo e Mattrel ecco il terzo portiere che lavorò col Cagliari). Chiuse la carriera nel massimo campionato a 35 anni con un altro primato: quell’anno entrò in campo 5 volte senza mai prendere gol. Scese in C col Monza e vinse due Coppe Italia di categoria, poi ancora sempre in C a Riccione e Casale. A 40 anni suonati i nerostellati giocano un’amichevole precampionato contro la Juventus di Trapattoni. In genere quelle partite finiscono in goleada, invece quel giorno il gatto para l’impossibile e l’incontro finisce con un incredibile 0-0. A fine gara Trap si avvicina ad Anzolin e gli dice: “Roberto, ma quanti anni hai?”. “Non te lo dico”, la risposta del vecchio avversario di mille partite. “Avessi saputo che sei ancora in questo stato di forma, ti avrei ripreso eccome alla Juve. A costo di falsificare la carta d’identità”. A fine stagione Anzolin dice che può bastare. Ma evidentemente era destino che fino all’ultimo dovesse lasciare un segno. Nell’84-85, il suo Marzotto gioca in Promozione e il portiere titolare s’infortuna. Il presidente della società, cognato di Anzolin, gli chiede la cortesia di rimettersi i guanti e i pantaloncini. “Dammi tempo questa partita e poi cercherò una soluzione”. Arriva la vittoria, le partite diventano 26 e i gol subiti appena 4. Roberto Anzolin aveva 47 anni!

Lo strano mercato delle panchine con Oddo e De Zerbi sempre in prima fila

Autunno. Cadono le foglie e saltano le prime panchine. Stavolta è toccato anche al grande Carlo Ancelotti farsi da parte perché, si dice, ai senatori del Bayern Monaco non andava più a genio. Dalle nostre parti si registra finora il fenomeno inverso, e cioè molti tecnici che in altri tempi non sarebbero arrivati probabilmente alla terza giornata del campionato, continuano a rimanere in sella. I presidenti sono diventati più saggi e riflessivi oppure hanno già raggiunto il limite delle spese consentite e non possono permettersi ulteriori ingaggi? Di sicuro Bucchi (Sassuolo), Pecchia (Verona), Juric (Genoa) e Baroni (Benevento), hanno potuto godere del nuovo corso, anche se in queste ore qualcuno sembra destinato a saltare come quello del Genoa. Per il resto, nelle zone nobili, le tre sconfitte subite dal Milan fanno scricchiolare la panchina di Montella (che avrà le sue colpe, ma infinitamente inferiori rispetto a quelle di Fassone e Mirabelli, capaci di scialacquare 200 milioni per una campagna di rafforzamento per lo meno discutibile), mentre la lieta sorpresa è rappresentata da Di Francesco, capace di vincere cinque volte su sei con la Roma. A Cagliari come è ormai consuetudine persiste il processo quotidiano a Rastelli che, è opinione personalissima, dopo i buoni risultati in due anni avrebbe fatto meglio a cercare nuove avventure altrove. Ma non è di Rastelli che voglio parlare ora, bensì dello strano mondo degli allenatori. Avete fatto caso che i cosiddetti affidabili, o comunque gli allenatori più esperti faticano a trovare lavoro? Mazzarri, Reja, Guidolin in primis; poi gli stessi Mandorlini, Iachini, Ballardini e Colantuono sono a casa, anche se nelle prossime ore qualcosa cambierà. In serie B poi non ne parliamo. Cito solo l’esempio più clamoroso: l’anno scorso Cagni prese un Brescia agonizzante salvandolo quando tutti lo davano ormai per spacciato ed è a casa pure lui. E così altri. Al contrario, i soliti nomi che scaldano ogni anno panchine diverse trovano lavoro nonostante flop continui e ripetuti. Anche a Cagliari qualche anno fa successe qualcosa di simile. Per un Diego Lopez che dopo l’esperienza rossoblù ebbe le sue chance con Bologna e Palermo, c’è Pulga scomparso dai radar. Zeman e Zola ne combinarono di tutti i colori nell’anno della retrocessione e da allora non sono mai rimasti fermi. Al contrario Festa che in quella stagione ridiede una dignità a quella squadra facendo benissimo (13 punti in 7 partite), è da un anno fermo dopo un veloce intermezzo a Como. Un po’ quello che è capitato a Bortoluzzi a Palermo l’anno scorso (11 punti in 7 partite). Oggi un allenatore è vincolato al procuratore più o meno in auge. Quelli che hanno preso come agente Moggi (con un termine improprio “il gruppo” Moggi) non hanno mai problemi. Fateci caso, quando una panchina traballa i primi nomi che saltano fuori per la sostituzione sono quelli di Bucchi, Oddo e De Zerbi. Gente con un curriculum modestissimo cui sono state affidate panchine di A con risultati ovviamente disastrosi perché non avevano alcun motivo che potesse portarli ad avere quelle chances. Bucchi l’estate scorsa veniva da un discreto campionato col Perugia, niente di che. Era arrivato in B senza aver vinto nulla nelle categorie inferiori, eppure sia per lui che per i citati Oddo e De Zerbi, non c’era articolo sui giornali o teatrino televisivo in cui non spuntassero i loro nomi per allenare la squadra di turno. Per la cronaca, tornando a Bucchi, che ovviamente in questo momento è fuori dai giochi nel toto panchine, col Sassuolo a parte la scandalosa vittoria di Cagliari (scandalosa per i rossoblù beninteso), ha fatto solo un punto in sei partite! Poi c’è addirittura chi ha fatto carriera per eredità dinastica, cioè Oddo. A Pescara ci è arrivato anni dopo il padre, anche lui allenatore a suo tempo, e anche lui nel giro Moggi . Ha vinto la serie B, d’accordo, ma poi in serie A è stato una frana. Eppure è sempre in pole position per tutte le panchine. Ma il più clamoroso è De Zerbi. Due anni fa a Foggia, alla guida di una corazzata (che infatti avrebbe vinto l’anno dopo il campionato) fallì la promozione dalla C alla B. Uno normale, se fortunato, avrebbe atteso una panchina sempre in C, sperando che gli andasse meglio. Manco per niente. In giro ci mancava poco che il suo nome circolasse per il Real Madrid. Grazie ai suoi potentissimo agente (sempre lo stesso), trova addirittura spazio in A, a Palermo. Direte: ma il Palermo era destinato a retrocedere! Forse, di certo con lui ha tenuto la media di 0,42 punti a partita, contro l’1,57 di Bortoluzzi. Ovvero un divario enorme tra i due. Bene, non bastassero i danni che ha combinato, nel contratto aveva una clausola per cui in caso di esonero il Palermo gli avrebbe dovuto pagare una penale. E a fine estate, quando per i miracoli del bravissimo agente Moggi, stava per firmare in Liga con gli spagnoli del Las Palmas (!), la trattativa è saltata perché De Zerbi deve prima interrompere il contratto col Palermo che gli deve una cifra vicina al milione e mezzo di euro!!! Morale della favola e consiglio ai giovani allenatori in cerca di agenti: rivolgetevi a Moggi, nel vostro mestiere è un numero uno come Raiola o Mendes per i calciatori.

Rastelli resta anche se perde a Napoli: gli errori? A metà con la dirigenza

Quattro sconfitte in sei partite non sono poche anche per un campionato che offre ciambelle di salvataggio a go’ go’ come la serie A. Ma la due vittorie evitano i drammi nel Cagliari perché c’è chi sta peggio. Certo, per chi vorrebbe qualcosa di più della misera salvezza in un torneo che mostra un esagerato livellamento verso il basso, ci sarebbe molto da ridire. Ma quello è un problema che potrà essere risolto soltanto riportando il campionato a sedici squadre e a 30 partite. Fino ad allora mettiamoci in testa che la parte inferiore della classifica sarà popolata da formazioni il cui valore non è superiore alla consorelle della cadetteria, anche se continueremo ad illuderci che le squadre che frequentano la bassa serie A partecipano allo stesso campionato delle big.  Tornando al Cagliari, vale la pena soffermarsi sui peccati di presunzione che hanno avuto buona parte di importanza nel determinare i due insuccessi consecutivi. Tanto più negativi se si pensa che sono stati ottenuti entrambi in casa e al cospetto di rivali dirette in classifica. Una delle quali, il Sassuolo, dipinta dal tecnico Rastelli in sede di commento come uno spauracchio capace di imprimere un “pressing forsennato” sui portatori di palla avversari,   alla resa dei conti ha vinto solo a Cagliari, rimediando la bellezza di un solo misero punto nelle altre cinque uscite. Errori di presunzione non ammissibili a livello professionistico. Perché già bisogna fare i conti con i limiti oggettivi della rosa, ma sottovalutare la portata di certi aspetti non è pensabile se non si vuole tornare nella serie B “ufficiale”. Il primo e più macroscopico errore di valutazione l’hanno fatto il presidente Giulini e il direttore sportivo Rossi effettuando una campagna acquisti quasi interamente basata su giocatori che provenivano da un anno di scarsissimo utilizzo (o addirittura in fase di lungo recupero come Wan der Wiel che si è aggiunto al lungodegente Melchiorri). Quando ne hai uno o due puoi gestirli, ma se cominci a contare Andreolli, Capuano, Cigarini, Pavoletti e così via, cominciano a essere un po’ troppi. Ma lo stesso errore di sottovalutazione l’ha commesso l’allenatore Rastelli, cui è bastato incorrere nel primo turno infrasettimanale del campionato per perdersi, e soprattutto per perdere causa infortuni molti dei giocatori sopra citati. La meraviglia è doppia se si pensa che Rastelli è nel calcio da una vita, che prima di fare l’allenatore aveva sommato almeno 400 partite da calciatore. Non pensare a dosare le forze di quanti giocavano dopo un’annata di sosta è davvero strano. Per non parlare dello sterminato staff che gli sta a fianco. Non uno che gli abbia fatto notare il problema (o che sia stato preso in considerazione se mai l’abbia fatto). Detto questo non credo che il tecnico stia rischiando la panchina (e per come la vedo neanche se dovesse perdere a Napoli), almeno a giudicare dalle abitudini fin qui mostrate da Giulini. Così come, e qui vengo a un altro punto fonte di interminabili discussioni tra i tifosi, non credo che Pavoletti sia diventato una palla al piede. Certo, fedele al principio più volte esposto e secondo il quale una società di provincia deve scovare i giocatori da acquistare quando sono nella fase ascendente della loro valutazione e non al top, non avrei mai pensato di prenderlo per 12 milioni. Ma se ragioniamo sul valore del ragazzo il discorso cambia. Il fatto che sia rimasto finora a secco dipende solo dall’utilizzo sbagliato in termini di minutaggio che ne ha fatto l’allenatore, immagino in pieno accordo con la società. Era il pezzo da novanta da esibire fino all’ultimo minuto, e non si è pensato che fosse fermo da tanto tempo e logicamente che avesse una condizione fisica molto approssimativa. In questi casi in genere la condizione gliela si fa trovare giocando (come ha detto bene Rastelli), ma non tutte le partite dal primo all’ultimo minuto, bensì un tempo alla prima, 60’ alla seconda e alla terza, 75’ alla quarta per poi arrivare ai 90’. Pavoletti prima di infortunarsi era imballato nelle gambe, aveva perso la brillantezza della sua prima uscita contro il Crotone, ma sperando che lo stop non sia troppo lungo, tornerà al meglio della forma e sarà utile alla squadra. Per il resto non capisco come mai l’allenatore non abbia ancora provato Cossu come vice Cigarini in cabina di regia. Un ruolo che il buon Andrea conosce per averlo già ricoperto ai tempi di Conti. E che avrebbe evitato la rinuncia al grande dinamismo di Barella nel primo tempo di domenica scorsa. Ma come si usa dire nessuno “nasce imparato”, anche Rastelli farà tesoro degli errori e troverà un rimedio come è sempre successo in tutto questi anni dove, non dimentichiamolo, ha sempre raggiunto gli obiettivi. Piaccia o no, il tecnico di Torre del Greco ha avuto dalla sua i numeri. E finchè ci saranno quelli Giulini non tirerà fuori il portafoglio per pagare un altro ingaggio. Anche se qualche procuratore molto influente gli sussurrerà nell’orecchio questo o quell’assistito di cui possiede la procura. Fatevene una ragione. Oppure, mi rivolgo ai suoi detrattori, salite sul letto del fiume e aspettate altre due sconfitte consecutive, con Napoli e Genoa. Dubito che una basti. Sempreché San Gennaro il miracolo non lo faccia domenica per il Cagliari. In fondo Torre del Greco è distante solo 15 km da Napoli.

 

Giannetti? Soltanto una questione di culo. Per l’allenatore Rastelli beninteso

Cosa manca a Giannetti? Un po’ di culo”. Alla vigilia Rastelli aveva trovato un modo spiccio per giustificare le occasioni mancate dal centravanti nella partita col Sassuolo. E in effetti, ripercorrendo la carriera del buon Niccolo’, non si puo’ dar torto all’allenatore del Cagliari. La fortuna non e’ stata spesso dalla sua parte. Da giovane, arrivato alla Juventus dal Siena, sembrava dovesse spaccare il mondo. Un suo gol al Manchester City di Robarto Mancini in Europa League (quel giorno tra i bianconeri giocava tra gli altri Legrottaglie, attuale secondo di Rastelli) passo’ in secondo piano di fronte al mancato successo. E un mese dopo il giovane Niccolo’ non fu particolarmente fortunato al debutto in campionato. Ancora 19enne mister Delneri lo schiera titolare contro il Bari. Gioca a fianco a Del Piero e la notte prima non prende sonno per l’emozione. In campo corre, si batte, esulta quando la Juve passa in vantaggio, ma aspetta il suo momento, quel gol che gli cambiera’ la vita. E invece il destino cinico e baro gli mette di fronte un magiaro sconosciuto. Rudolf e’ stato appena sbolognato dal Genoa e all’ultimo giorno di mercato di gennaio e’ finito al Bari. i pugliesi allenati da Ventura sono ultimi in classifica (capita anche ai migliori, anche se non e’ questo il caso) e quando al tecnico genovese comunicano il nome del nuovo arrivato chiede se si tratta di un ballerino. il destino pero’ vuole che anziche’ la goleada bianconera si realizzi l’impossibile: il pareggio degli ultimi col gol di Rudolf. Che ovviamente danza davanti alla panchina per esultare. La misura e’ colma: Delneri prima che il gioco venga ripreso sostituisce Giannetti che di li’ alla fine del campionato non verra’ piu’ impiegato, facendo un mesto ritorno al Siena.Ma solo per poco. Scende in purgatorio al Gubbio, ma non va. Finisce agli inferi al Sudtirol in C e neanche li’ supera i 2 gol. il Cagliari lo prende pagandolo una bella cifra (3 milioni e mezzo) dopo un parziale riscatto a La Spezia. Beretta lo ha avuto a Siena e giura su di lui. in B gioca part time ma raggiunge 10 gol. Finalmente! Ma in A e’ sempre la solita solfa : 11 presenze, 0 gol e a gennaio torna a La Spezia dove si sblocca solo all’ultima di campionato. Ciononostante a Cagliari sono buoni e pazienti. Del resto non e’ nato qui, perche’ non dargli la milionesima chance? il resto e’ storia recente: gli errori che fanno esultare il Sassuolo e oggi il Chievo. A 26 anni e mezzo aspettava il primo gol in serie A. Dovra’ aspettare ancora dopo lo 0-2 odierno. Gli mancava un po’ di culo dice Rastelli. Per altri ne ha avuto anche troppo. Piccola annotazione: nell’anno in cui Giannetti passo’ dal Siena alla Juventus un certo Ciro Immobile compi’ il cammino inverso. Cosi’ va il calcio.

 

Punto e a capo: quando ti aspetti il salto di qualità il Cagliari stecca

Exploit del Sassuolo o gentile omaggio del Cagliari? Per capirlo dobbiamo rimandarvi ai risultati di domenica prossima. In particolar modo quello della squadra di Bucchi, il tecnico che vincendo stasera ha potuto tirare un grosso sospiro di sollievo per la sua panchina. Già perché il Sassuolo fino a oggi aveva rimediato tre sconfitte e un misero punto in quattro partite. Se domenica dovesse ripetere la vittoria significherebbe che ha avuto un seplice inizio lento e che poi ha mostrato i suoi valori. Ma se dovesse perdere un’altra volta, beh allora si potrebbe dire che il successo di oggi è stato un regalo del Cagliari. Uno 0-1 da non credere vista la classifica e lo stato di forma palesato dai rossoblù nelle due precedenti vittorie. Se poi si pensa che Cragno è stato il migliore in campo con un rigore parato e un gol già fatto tolto a Ragusa nel finale, lo stupore è grande. Senza fare processi perché è la prima volta che il Cagliari toppa la prestazione, qualche domanda in questi casi si impone. La prima è rivolta alla società: come è possibile spendere 12 milioni per acquistare un attaccante e alla prima occasione in cui questi è cpostretto al cambio, sostituirlo con uno che l’anno scorso non giocava in B? Ma dico nel vasto panorama ci sarà qualcuno che può fare la sua figura in serie A seppur per uno spezzone di gara. Senza andare a ricordare la improvvida cessione di Han, ci sarà stato qualcuno un po’ meglio in giro. Pensate che Ragatzu fosse tanto peggio? Seconda domanda rivolta a Rastelli: si era parlato di cambi obbligati alla vigilia per quei giocatori come Cigarini, Capuano, Pavoletti e Ceppitelli che venendo da una lunga inattività non potevano essere impiegati se non part time in incontri così ravvicinati. Evidentemente il rischio l’avevano calcolato tutti fuorchè il tecnico, perché sia Pavoletti che Ceppitelli hanno avvertito problemi muscolari: uno è uscito e l’altro è rimasto solo per far numero visti i cambi già effettuati. Terza domanda ancora rivolta al tecnico: perché non alzare l’asticella anziché ribadire anche dopo le due vittorie consecutive che l’obiettivo è la salvezza? Per pararsi il di dietro evidentemente, ma così facendo si corre il rischio di accontentarsi e non fare mai il salto di qualità. Oggi ci saremmo attesi una squadra con gli occhi di tigre e invece non si è visto niente di tutto questo. Ultima domanda ai tifosi. Matri, il match winner dal dischetto, nonostante un altro rigore sbagliato, è regolarmente fischiato dai tifosi rossoblù. Di Borriello non ne parliamo. Eppure entrambi quando hanno indossato la maglia del Cagliari il loro dovere l’hanno fatto in pieno. Per chi non lo ricordasse Matri l’ultimo anno andò via a gennaio che era già arrivato a 11 reti. E l’anno prima ne aveva segnate 13. Borriello ne ha fatte 20 l’anno passato. Sembrerebbero grandi nemici a giudicare dai cori di disapprovazione. Al contrario si ha una grande pazienza verso quelli che non la buttano mai dentro. Boh, chi ci capisce è bravo.

 

Due spallate di Barella e Joao Pedro: per il Cagliari è una impresa inedita

Due parole sulla partita prima di tuffarci nelle cifre con le quali far festa. Il Cagliari l’ha vinta perché così come era successo contro il Crotone ha dimostrato di avere una qualità superiore rispetto agli avversari da un punto di vista soprattutto tecnico. A centrocampo gente come Schiattarella e Viviani non hanno retto il passo al cospetto dei dirimpettai rossoblù lasciando il generoso Mora a predicare nel deserto. Mora che di aspetto agli over 50 potrebbe ricordare il Vendrame degli anni Settanta (ribadisco aspetto, non vorrei essere querelato dallo scrittore di Casarsa della Delizia che aveva grandissima tecnica). Così come a sinistra il giovane Costa ha imparato a sue spese come Padoin, sicuramente tra i migliori, abbia ancora tanta voglia di ben figurare. E se Lazzari aveva tanta birra nelle gambe, la stessa non andava di pari passo con i suoi piedi, tutt’altro che capaci nel gestire il pallone, al punto da non riuscire mai a servire un solo assist ai compagni d’attacco. Anche l’occasione con la palla toccata da Cragno che ha sbattuto sulla traversa era nata da un suo cross sbagliato. Il duello Borriello-Pavoletti è vissuto più nelle intenzioni che nei fatti. L’ex rossoblù ha calciato verso Cragno solo su punizione a risultato ormai segnato, mentre il suo successore ha fallito una buona opportunità di testa con il portiere fuori causa su perfetto assist di Sau (bravo), per poi sfiorare il gol con un sinistro a fil di palo dopo aver raccolto una corta respinta della difesa.
Trovato il primo gol con Barella al 17’, grazie anche a una deviazione che non toglie comunque al ventenne la gioia di finire finalmente sul tabellino dei marcatori, il Cagliari ha capito in fretta che il più era già fatto, e dopo lo splendido raddoppio di Joao Pedro a metà ripresa ha chiuso i conti rischiando di vincere di goleada. Se solo Farias, ieri di nuovo nella sua versione più egoista, non si fosse incaponito a voler segnare a tutti i costi, fallendo quattro buone opportunità di cui due clamorose. Le cifre dunque: i 6 punti in 4 gare significano una proiezione aritmetica a 57 a  fine campionato, il che (lo dico per chi è portato a leggere cose non scritte) non significa che sarà quello l’esito finale, ma piace perlomeno l’idea. Cragno, che negli ultimi minuti è stato bravo a salvare la propria porta dopo una deviazione assassina, ha chiuso imbattuto per la seconda giornata di seguito su 4 giocate, eguagliando il suo record della precedente esperienza cagliaritana, quando però di partite ne fece 14. In quella stagione non prese gol nella vittoriosa trasferta di Empoli per 4-0 e nello 0-0 di Parma. A Ferrara in serie A il Cagliari non aveva mai vinto neanche ai tempi di Riva e Boninsegna (due sconfitte e un pari), ed ha sfatato così un tabù. La squadra di Rastelli ha bloccato anche la serie nera di 5 ko consecutivi in trasferta (tre nel finale della scorsa stagione e due quest’anno) e ha tenuto imbattuta la propria porta dopo 21 gare fuori casa di seguito nelle quali aveva preso almeno un gol. Ultima nota per dare a Rastelli quel che è di Rastelli. Se è vero che la Spal pur perdendo mantiene comunque una dignitosa classifica, guardando la crisi dei suoi colleghi Baroni (Benevento), Pecchia (Verona) e dello stesso Bucchi (pure lui era in B) col Sassuolo che sarà il prossimo avversario mercoledì, bisogna rendere merito all’allenatore del Cagliari per il buon impatto che era riuscito ad avere l’anno passato in classifica quando il debuttante nella massima divisione era lui. Adattarsi alla serie A non è così scontato.