Romagna ambasciatore della Sardegna alla DS

Gia’ trovare un giocatore del Cagliari ospite alla Domenica Sportiva non e’ roba da tutti i giorni, e solo questo e’ un motivo di soddifazione. Vedere poi un giovane di vent’anni (21 a maggio, 54 presenze nelle varie nazionali giovanili, ma questo non c’entra) come Filippo Romagna fare un figurone, non solo con i congiuntivi, ma nel superare sempre con eleganza i tranelli che si nascondono dietro domande solo apparentemente innocue (avete notato che e’ riuscito a mettere Cagliari e Juve sullo stesso piano quando gli chiedevano insistentemente del fascino della Vecchia Signora?) e’ stato piacevolissimo. In pochi minuti oltre a esaltare la squadra rossoblu e i compagni (ha promosso Barella, Farago’ e Cragno come un esperto diesse che vuol far crescere la quotazione dei suoi), e’ stato un ottimo spot per la citta’ e per la Sardegna. Bravo Filippo, e’ stato un vero piacere ascoltarti

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Un sentito grazie a Sassuolo e Cagliari dal sottoscritto

Non c’è stata partita, su questo credo che non si possa discutere. Colpa o merito dello 0-4 subito dalla Spal nell’anticipo con il Milan che ha indotto Cagliari e Sassuolo a lucrare sull’ennesima battuta d’arresto della squadra di Ferrara, terz’ultima in  classifica. Sia rossoblù che emiliani hanno guadagnato un punto sulla zona della disperazione (il vantaggio è salito a 8 lunghezze per il Cagliari e a 6 per il Sassuolo) e sono tutti felici e contenti. Giusto o sbagliato? Ognuno si farà la propria idea, personalmente anziché aspettare le 14,30 per sedermi a tavola l’ho fatto un’ora prima. Non fatemene una colpa: vorrei vedere voi se vostra suocera vi preparasse pasta al forno con funghi porcini, salsiccia arrosto serissima, aragosta alla catalana da capogiro, gamberoni da urlo, e se la sua amica, la mitica Elsa (per tutti Elsarawy), vi facesse recapitare all’ora esatta un vassoio di zeppole calde calde preparate con acquavite di San Gavino per il dessert. Io ci ho provato a rinunciare, ma la voce deve essere arrivata sino a Reggio e i giocatori allora sono stati carinissimi: “Vai Nanni, vai. Tranquillo. Faremo in modo da non farti perdere nulla”.

Con Bruno Pace se n’è andato uno dei nostri

Cinque anni, sette mesi, 11 giorni (11 scritto in cifre non a caso). E’ il tempo esatto che impiegai per venire in questo mondo e vedere tutti assieme: 1) il primo gol di Riva in diretta; 2) il primo rigore trasformato da Riva in serie A, ancora in diretta; 3) la prima tripletta di Riva in serie A, sempre in diretta. Potevo considerarmi un privilegiato se il bomber aveva atteso proprio me e la mia prima volta allo stadio (Amsicora) per centrare tutti quegli obiettivi. Tra l’altro proprio la domenica precedente il portiere milanista Mantovani gli aveva respinto il primo tentativo dal dischetto che consentì ai rossoneri di strappare un pareggio, e quindi potete immaginare la veemenza con cui batté   Rino Rado (che bello per noi bambini pronunciare quel nome e cognome tutto attaccato) dal dischetto. Non contento del gol (il terzo di giornata) riprese la palla rimbalzata dopo aver colpito la rete, e la scagliò nuovamente in porta per la seconda volta, stavolta ancora più violentemente, quasi fosse arrabbiato per non averla sfondata al primo tentativo. Ma quel 2 ottobre 1966 fu anche la prima volta di Boninsegna all’Amsicora (Bonimba aveva già segnato al debutto rossoblù a Lecco due domeniche prima e contro gli emiliani segnò il terzo gol). Insomma, quel 4-0 finale al cospetto di campioni che venivano da un perentorio 5-0 rifilato sette giorni prima al Foggia e che rispondevano ai nomi di Bulgarelli, Haller, Nielsen e compagnia non era solo un successo schiacciante, ma anche uno spartiacque, un vero e proprio passaggio di consegne tra il Bologna che aveva vinto il tricolore tre anni prima e che fino all’infausta Corea di pochi mesi prima formava la colonna portante della nazionale, e il Cagliari del nuovo allenatore Scopigno che l’avrebbe vinto tre anni dopo e si apprestava a diventare la squadra più forte del reame. Tra l’altro pur assente in quel confronto, era sempre il Bologna di Ezio Pascutti, proprio colui che non volle Gigi Riva fra i piedi ai Mondiali inglesi e per accontentare il quale Mondino Fabbri escluse Brenno Rombodituono dall’elenco dei convocati per la Coppa Rimet del 1966, portandolo solo come turista e andando incontro alla più grande catastrofe calcistica della storia azzurra. Eguagliata solo 51 anni e 4 mesi dopo da Giampiero Ventura con l’eliminazione subita ad opera della Svezia e la mancata qualificazione al mondiale russo. L’ho presa decisamente alla lontana per ricordare Bruno Pace, scomparso ieri. Pace era l’altro numero 11 rossoblù in campo quel giorno, al debutto in serie A. Era stato un esordio lungamente atteso il suo, perché Pace a Bologna era arrivato già da quattro anni dalla sua Pescara, ma pur risultando nella rosa della squadra che vinse il tricolore del ‘64 con Bernardini e anche in quella dell’anno precedente, non era sceso mai in campo in due anni. Per festeggiare l’agognata prima volta tra i grandi dovette mangiare ancora due stagioni di pane duro, prima in C a Prato e poi in B a Padova, e soltanto dopo il tecnico argentino Carniglia gli diede finalmente la grande chance, curiosamente nel giorno peggiore per i suoi. Per noi bambini cagliaritani Pace era dunque un amico, uno dei nostri, semplicemente perché nell’album dei calciatori i dati della sua carriera sarebbero stati per sempre accompagnati a quella frasetta che ci riempiva di orgoglio. Esordio in serie A a Cagliari il 2-10-1966: Cagliari-Bologna 4-0. E se il nome di Bruno Pace alle nuove generazioni dice poco, val la pena ricordare come pur non diventando un grande campione la sua carriera l’ha fatta eccome. Otto campionati di serie A (sei a Bologna, uno a Palermo e uno a Verona) con 148 partite e 5 reti, una coppa Italia e un torneo Anglo-Italiano in bacheca da protagonista. Segnava poco (stranamente più in Europa che in campionato) ma era un giocatore mancino molto tecnico, capace di creare almeno un assist a partita. L’omologo di Claudio Sala per certi versi, sulla fascia opposta. Non a caso era stato anche lui un poeta del gol qualche anno prima del granata che era del 1947, quindi più giovane di quattro anni. Fece bene anche da allenatore dove partì da Modena vincendo un campionato di C e poi saltò direttamente in A con Catanzaro e Pisa. In Calabria ottenne un grandissimo settimo posto nell’81-82, poi l’anno dopo mise in panchina un certo Claudio Ranieri, uno dei senatori che gli fece la guerra e alla lunga lo fece saltare. Ma le cose andarono comunque male perché la squadra, affidata a Leotta (non è dato sapere se parente della giornalista) finì ultima. Ragazzo estroverso, si racconta che a Bologna il buon Bruno Pace facesse impazzire Oronzo Pugliese, il quale una volta si appostò fuori dall’uscio per vedere se era vero che il suo giocatore facesse una vita fuori dai canoni del professionista, avendo raccolto voci insistenti di continui via vai di belle fanciulle dal suo appartamento. Accecato dall’ira, Pugliese si attaccò al campanello sin quando l’assonnato Bruno Pace aprì la porta. Il buon Oronzo entrò di filato per individuare il corpo (è proprio il caso di dirlo) del reato, ma né sul letto, né da nessun altra parte trovò quel che cercava. Pace gli chiese: “mister che c’è?”. E il mago di Turi per niente smontato dal fallimento gli rispose con una domanda: “Dov’è la botola?”. Cercava il nascondiglio, una soffitta o una cantina, ma gli andò male. A Bologna e Pescara per un mese non si parlò d’altro.

Quando Vicini elogiò il giovane Greco

Un lettore giustamente mi rimprovera per non aver ricordato Azeglio Vicini. Riprendo, amplio e correggo parzialmente la risposta frettolosa che gli ho dato su fb. Avevo avuto modo di intervistarlo almeno quattro volte (me ne sono ricordato un’altra), di cui una telefonicamente (cosa impensabile oggi). A Cagliari venne in tribuna per assistere a una gara di cartello del campionato cadetto tra i rossoblù di Ranieri e il Pisa di Simoni. Alla fine del campionato entrambe le formazioni salirono a braccetto in A, ma quel giorno al Sant’Elia i rossoblù vinsero 1-0 e tra i protagonisti ci fu il giovane regista Alfonso Greco che venne elogiato pubblicamente proprio dal Ct. Greco, classe 1969, cresciuto nella Lazio dove aveva già conosciuto la serie A, venne per così dire creato e bruciato dal diesse Carmine Longo, che qualche tempo dopo lo mise nel libro nero per averlo trovato in atteggiamenti per così dire troppo confidenziali con un’amica nei parcheggi dell’aeroporto in attesa dell’imbarco per una trasferta. Il giovane non fu certo fortunato, prima di tutto perché non immaginava di aver parcheggiato proprio lungo l’itinerario del dirigente campano, e poi perché un altro si sarebbe fatto i fatti suoi. Longo invece non fu di quell’avviso e Greco si ritrovò nelle categorie inferiori anche per le conseguenze di un infortunio al ginocchio che lo bloccò sul più bello. Vicini tornò a Cagliari per un’amichevole Italia-Argentina e in conferenza stampa nei giorni che precedettero l’incontro disse che Baggio (alle sue prime convocazioni in azzurro) avrebbe potuto puntare in futuro al Pallone d’oro. Io, che ero tifosissimo di Baggio perche’ l’avevo segnalato a Riva quando era dirigente del Cagliari nell’ottobre 84 (ricordo che la società aveva esonerato o stava per esonerare Veneranda) quando aveva appena debuttato in C nel Vicenza, corsi dalla sala stampa dove Vicini era in conferenza a un’altra saletta dove parlava proprio Baggio. E quando gli comunicai quella dichiarazione del Ct fece un sorriso al tempo stesso sereno e compiaciuto, non meravigliato (infatti poi il Pallone d’oro lo vinse). Intervistai poi Vicini in privato perche’ dovevo scrivere una pagina su Virdis e gli chiesi come mai proprio lui che lo aveva fatto debuttare nella nazionale Juniores e nell’Under 21 non gli avesse mai dato l’onore del’esordio in quella maggiore. Mi rispose che quell’esordio l ‘avrebbe meritato per la carriera ma ormai era vecchio. In effetti solo altri tre centenari del gol in A (lui ne fece 101) non hanno vestito l’azzurro in tutta la storia della nazionale:  Bettini, un laziale che diede il nome alla Bettini Quadraro, società molto conosciuta a livello giovanile; l’interista Armano e dopo Virdis toccò a Nick Amoruso . La risposta era corretta anche se chissà perché ebbi come la sensazione che non ci fosse buon sangue tra i due o per meglio dire grande stima da parte del Ct nei confronti del giocatore originario di Sindia (parere del tutto personale beninteso). Sentii ancora Vicini nella conferenza stampa della sfida con l’Inghilterra che chiuse Italia 90 per la nostra nazionale. Come tutte le finaline per il terzo posto non c’era grande entusiasmo quel giorno al San Nicola di Bari, casa del presidente federale Matarrese. L’Italia era stata eliminata ai rigori dall’Argentina in semifinale per la papera di Zenga sul gol di Caniggia e gli errori dal dischetto di Donadoni e Serena. Nessuno ci credeva dopo che tutto il mondo ci aveva dato favoriti per la vittoria finale. Quel giorno vinse contro la formazione di Robson che al contrario era ormai appagata dopo lo splendido e inaspettato mondiale, il migliore dalla vittoria in casa del 66, grazie anche ai gol di Gary Lineker. Vicini rivendicò in quell’occasione i meriti dei suoi per il bel torneo, ma lasciò in tutti l’impressione di sentirsi un magnifico perdente, visto anche quel che era successo due anni prima all’Europeo. Impressione sbagliata, sicuramente, di lui mi ha parlato più volte e in termini più che lusinghieri Beppe Tomasini, che debuttò in A col Brescia proprio con Vicini allenatore. “Ho avuto solo grandi tecnici – dice spesso Tomas con orgoglio – Vicini, Scopigno e Tommaso Maestrelli che mi volle alla Reggina. Quelli sì che se intendevano”.

Cagliari periodico con la Spal: un altro 2-0 dal sapore dolcissimo

Il Cagliari fa pace con la Sardegna Arena e questa è la prima notizia. Bissando con la Spal il 2-0 dell’andata porta a sette punti il distacco sulla zona retrocessione, e questa è la notizia più importante. Esce dal campo con la porta imbattuta per la quarta volta in 23 partite e questa è la notizia più rassicurante. Scopre per la seconda volta in 7 giorni che il regista Cigarini è determinante in zona gol, e questa è la notizia più sorprendente. Sau ritrova la rete a una manciata di secondi dall’ingresso in campo e questa è la notizia più attesa. Tutto il resto è noia. Ora si va a Sassuolo per dare il colpo di grazia al povero Iachini (sempre che non glielo abbia dato il 7-0 della Juventus). Bello però stare alla finestra senza patemi.

Lo stop di un mercato dispettoso che toglie 8.8 milioni dalle casse del Cagliari e crea problemi di abbondanza

Sette attaccanti per due posti sono tanti e con Lopez che non intende cambiare il modulo di gioco perché il 3-5-2 gli ha dato gli equilibri che cercava la situazione non sarà delle migliori. Aggiungiamo Deiola che non parte, Miangue che non parte, Van der Wiel che non parte. Gestire gruppi numerosi non è mai una bella cosa per un allenatore, perché inevitabilmente molti devono rimanere fuori e i malumori si sprecano. Da un punto di vista economico poi il “bagno” per la società non è indifferente. Prendere 8 milioni dal Sassuolo per Farias sarebbe stato un bel colpo, senza contare che il brasiliano è un esterno e quindi da qui a giugno col modulo di Lopez vedrà inevitabilmente sminuita la sua quotazione. Aggiungiamo che sino alla fine del campionato il Cagliari dovrà pagare due ingaggi in più (quelli di Farias e Giannetti appunto che erano stati considerati partenti) che al lordo significano altri 800mila euro. Morale della favola: perdita secca di 8,8 milioni di euro, squadra che ritrova Han (ecco la nota lieta), che aggiunge il giovane Caligara a Castan, Lycosgiannakis e Ceter (sono partiti Capuano e Melchiorri), ma che ha problemi di abbondanza. Resto dell’idea che se il mercato di gennaio non fosse partito per il Cagliari sarebbe stato meglio.

Laver come un tifoso qualunque fotografa Federer in lacrime: ecco lo sport che regala emozioni

Vedi le lacrime di Federer, capace ancora di emozionarsi a 36 anni e mezzo dopo l’ennesima vittoria della sua carriera e pensi quanto sia fantastico il tennis. Vedi il croato Cilic, perdere 6-1 al quinto dopo aver cullato il sogno di vincere un torneo del grande Slam contro il più grande di sempre, e ti rendi conto di quanto questo meraviglioso sport sappia essere anche bastardo. Penso che sia stata una delle vittorie più belle per Roger, non solo perché la ventesima in uno dei quattro tornei più importanti, ma per come è giunta. Quando giochi al meglio, quando i colpi entrano che è una meraviglia e le prime palle si susseguono senza dare scampo all’avversario è sin troppo facile. Ma quando porti a casa un successo così importante dopo aver giocato al di sotto delle tue possibilità e della tua classe e arrivi alla fine del quarto set perso 6-3 è diverso. Dalle facce del tuo allenatore e di tua moglie traspare tutta la paura di perdere, tutto ti è contro, tu sembri non crederci più. Beh, allora se riesci a ricomporti e a vincere stracciando l’avversario per 6-1 nell’ultimo e decisivo set devi essere per forza un alieno. Mi piacerebbe sapere quante delle 15mila persone presenti alla Laver Arena avrebbero scommesso sulla vittoria dello svizzero al termine della quarta partita. Credo ben poche, forse nessuna. Federer stava servendo malissimo, non reggeva gli scambi, era in balia del solido croato che gli stava di fronte. E invece ci ha regalato ancora un miracolo, l’ennesimo della sua irripetibile carriera, anche se il match odierno non può minimamente paragonarsi ad altri in cui Roger ci ha deliziato della sua classe. Ma da semplice spettatore credo che ancora una volta lo spettacolo più bello sia giunto al termine, durante le premiazioni. La commozione che sanno rendere le premiazioni del tennis non hanno uguali. Sono uno spettacolo nello spettacolo. E in quel clima di cerimonia in cui sarebbe facile pronunciare frasi scontate, questi campioni riescono sempre a superarsi trovando dichiarazioni semplici ma bellissime che riempiono di lacrime le facce di chi ascolta. Un grande come Rod Laver, il mancino terribile che negli anni Sessanta vinceva tutto e che per questo si è meritato il nome della stadio sede degli Australian Open di Melbourne, fotografava Federer in lacrime come un tifoso qualsiasi. Questo è lo sport che ci piace, perché coinvolge tutti, anche quanti ritengono inconcepibile dannarsi o esultare per la traiettoria di una sfera. Piccola o grande che sia.