Laver come un tifoso qualunque fotografa Federer in lacrime: ecco lo sport che regala emozioni

Vedi le lacrime di Federer, capace ancora di emozionarsi a 36 anni e mezzo dopo l’ennesima vittoria della sua carriera e pensi quanto sia fantastico il tennis. Vedi il croato Cilic, perdere 6-1 al quinto dopo aver cullato il sogno di vincere un torneo del grande Slam contro il più grande di sempre, e ti rendi conto di quanto questo meraviglioso sport sappia essere anche bastardo. Penso che sia stata una delle vittorie più belle per Roger, non solo perché la ventesima in uno dei quattro tornei più importanti, ma per come è giunta. Quando giochi al meglio, quando i colpi entrano che è una meraviglia e le prime palle si susseguono senza dare scampo all’avversario è sin troppo facile. Ma quando porti a casa un successo così importante dopo aver giocato al di sotto delle tue possibilità e della tua classe e arrivi alla fine del quarto set perso 6-3 è diverso. Dalle facce del tuo allenatore e di tua moglie traspare tutta la paura di perdere, tutto ti è contro, tu sembri non crederci più. Beh, allora se riesci a ricomporti e a vincere stracciando l’avversario per 6-1 nell’ultimo e decisivo set devi essere per forza un alieno. Mi piacerebbe sapere quante delle 15mila persone presenti alla Laver Arena avrebbero scommesso sulla vittoria dello svizzero al termine della quarta partita. Credo ben poche, forse nessuna. Federer stava servendo malissimo, non reggeva gli scambi, era in balia del solido croato che gli stava di fronte. E invece ci ha regalato ancora un miracolo, l’ennesimo della sua irripetibile carriera, anche se il match odierno non può minimamente paragonarsi ad altri in cui Roger ci ha deliziato della sua classe. Ma da semplice spettatore credo che ancora una volta lo spettacolo più bello sia giunto al termine, durante le premiazioni. La commozione che sanno rendere le premiazioni del tennis non hanno uguali. Sono uno spettacolo nello spettacolo. E in quel clima di cerimonia in cui sarebbe facile pronunciare frasi scontate, questi campioni riescono sempre a superarsi trovando dichiarazioni semplici ma bellissime che riempiono di lacrime le facce di chi ascolta. Un grande come Rod Laver, il mancino terribile che negli anni Sessanta vinceva tutto e che per questo si è meritato il nome della stadio sede degli Australian Open di Melbourne, fotografava Federer in lacrime come un tifoso qualsiasi. Questo è lo sport che ci piace, perché coinvolge tutti, anche quanti ritengono inconcepibile dannarsi o esultare per la traiettoria di una sfera. Piccola o grande che sia.

 

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Tagliavento fa e disfa, ma il Cagliari si tiene stretto il punto di Crotone

Arbitra in serie da  14 anni (quello di oggi era l’incontro numero 216), in carriera ha diretto  oltre 400 partite, comprese quelle delle qualificazioni ai Mondiali ed Europei  delle nazionali,  Champions ed Europa League per i club. Per i misteri che aleggiano intorno al calcio e per quelle favole che individuano i fischietti italiani come i migliori del mondo gli hanno dato da arbitrare anche una partita del campionato egiziano, di quello ucraino e degli Emirati. Paolo Tagliavento non è esattamente l’ultimo arrivato (immaginiamo gli altri verrebbe da dire…), per cui viene difficile capire come abbia potuto commettere errori così macroscopici nella sfida tra Crotone e Cagliari. Soffermarci su ognuno significherebbe perderci ore, l’unico commento che viene da fare è che non essendo stato preso in considerazione per i prossimi mondiali in Russia, la delusione dell’arbitro di Terni sia stata così grande da creargli un profondo stato di confusione. Arbiutraggio a parte il pareggio del Cagliari a Crotone e’ sicuramente importante. Lo sarebbe stato a prescindere, viste le assenze di quattro titolari. A maggior ragione dopo aver subito un rigore di quel tipo e un’espulsione come quella di Pisacane  che ha costretto la squadra all’inferiorita’ numerica per la fine del primo e per tutto il secondo tempo. Poco importa se lo spettacolo complessivo non sia stato esaltante (non sarebbero due squadre di bassa classifica), bisogna fare i complimenti a giocatori e tecnico per la compattezza mostrata, senza contare che Giannetti e Dessena erano fuori da una vita e avrebbero avuto tutti i motivi per fallire la prova. Bene anche i nuovi che hanno dato il loro contributo. Anche se quel fallo di Castan che ha generato la punizione del secondo gol del Crotone (poi annullato per l’ennesima gaffe di Tagliavento) e’ stata di un’ingenuita’ pazzesca. Mettiamola cosi’, un’altra giornata e’ passata, il Crotone resta alle spalle dei rossoblù e Cigarini dopo due anni ha ritrovato la via del gol. E che gol: pesantissimo!

 

Siamo sicuri che per il rientro di Ragatzu sia necessario aspettare ancora?

Ha una media pazzesca Daniele Ragatzu quest’anno con l’Olbia. D’accordo è terza serie, ma 15 gol e 8 assist in 24 presenze significano un gol (segnato o fatto segnare) a partita. Il Cagliari ha annunciato che a fine stagione tornerà in rosa, ma non si capisce francamente perché non lo richiami subito. L’Olbia va tutelata e non può indebolirsi, giustissimo, ma se prendesse Giannetti da qui a fine anno non andrebbe bene? Mi sembra già di sentire l’obiezione: ma Giannetti non scende in C. E perché? Il fatto che due anni fa abbia segnato 10 reti in B non vuol dire. In serie A  Giannetti col Cagliari ha messo assieme 18 presenze e 0 gol (diconsi zero) e nella mezza stagione in prestito tra i cadetti di gol ne ha fatto solo 1. E poi per quale motivo bisogna tener conto dei gol segnati in B da Giannetti contro Entella, Latina, Ascoli e compagnia, e non di quelli realizzati da Ragatzu contro Milan, Bologna e Torino in A? Tra l’altro qualcuno dimentica che il bravo Danielino non perse la serie A perché inadatto tecnicamente (tutt’altro), ma perché non era pronto dal punto di vista comportamentale. Lui in serie A ci stava benissimo già a 18 anni. Oggi che ne ha 26 e ha dimostrato anche grazie a Bernardo Mereu di essere maturato, di saper fare il professionista, è assolutamente pronto per essere ributtato nella mischia. Si concedono chances al giovane Ceter che non era adatto alla massima serie colombiana e non si possono concedere a questo calciatore fatto in casa che sa giocare a calcio? Riflettiamo e ricordiamo che nella fase offensiva il Cagliari non ha tutte queste frecce nel suo arco e le cifre dei gol segnati dicono che si può e si deve far meglio (tra l’altro Sau ha spesso problemi fisici). Mancano un paio di giorni alla fine del mercato, il tempo per mettere le cose a posto c’è.

 

I calciatori del Cagliari che parlano in sardo: l’ultima genialata di Cullin

Un attore bravissimo, un comico con una verve rara, un cagliaritano vero anche se ha un cognome veneto. Si era già messo in luce dietro la macchina da presa quando convinse e diresse Gigi Riva per un nobile intento, ora con la regia per lo spot dell’azienda isolana di alimentari all’ingrosso Centro Cash che vede i calciatori del Cagliari parlare in sardo ha confermato tutta la sua sensibilità e bravura. Dai tempi del tormentone Oh Robertoooo!!! E delle prime apparizioni televisive con il gruppo Lapola che gli diedero una notorietà a livello regionale, ne è passata di acqua sotto i ponti. Jacopo Cullin ha studiato, viaggiato, fatto esperienze importanti. Come attore di cinema è stato protagonista nel film “l’Arbitro” di Paolo Zucca che ha partecipato alla mostra di Venezia e con “la Stoffa dei sogni” di Gianfranco Cabiddu al Festival internazionale del cinema di Roma. Il tutto condito con esperienze teatrali, regista di cortometraggi e quant’altro. Ma la formazione e il lavoro non gli hanno fatto dimenticare il suo grande amore per il calcio e per il Casteddu. E in un momento in cui non tutto gira come dovrebbe per la squadra rossoblù, sentire Pavoletti che si rivolge all’allenatore dicendo: “No dappu biu mister”, Lopez che gli urla contro “donadda sa boccia”, Farias che gli risponde “e cittirì” e Joao che pronuncia il termine “dogana” con le doppie manco fosse di Bacu Abis, non è solo uno spettacolo, è anche un modo per riconciliare squadra e tifosi “tottus in paris”.

Momento no del Cagliari: dove sono finite le ambizioni e i sogni in rossoblù?

Fa un certo effetto leggere oggi  su l’Unione Sarda, da ben oltre un secolo  il quotidiano di riferimento dei cagliaritani e il primo in Sardegna da quando è nato (se si eccettua un breve periodo di sorpasso da parte della Nuova Sardegna circa vent’anni fa),  il titolo: “Scalpitano Dessena e Giannetti”. Non perché non abbia una ragione (non è questo il punto), ma perché credo spieghi meglio di ogni altro commento il periodo di scoramento attraversato dalla squadra rossoblù. Non  solo per i risultati, che pure ci raccontano di record negativi per quanto riguarda i ko casalinghi giunti a sette dopo appena dieci partite giocate al Sardegna Arena, ma già nelle speranze e nelle ambizioni di una squadra e di un ambiente che sembrano scomparse, direi volatilizzate. Auguro tutto il bene possibile al capitano che ha scritto pagine importanti della storia del Cagliari (ho ancora negli occhi quel formidabile gol segnato a Catania, uno dei più belli in assoluto che ricordi), così come da ex attaccante (se non altro nelle intenzioni…) esulto con maggior gioia quando a centrare la porta avversaria è una punta (anche per Giannetti quindi). Ma se in  una partita difficile come la prossima trasferta di Crotone, contro una rivale diretta che si è rinforzata e cerca il sorpasso, le speranze del Cagliari sono riposte in due giocatori che quest’anno in termini di rendimento hanno saputo offrire così poco, e che non possono avere in questo momento il ritmo partita perché da tempo fuori, beh, non c’è davvero da stare allegri. D’accordo, stiamo parlando di un caso limite perché non capita ogni settimana di avere tre squalificati e un infortunato con cui fare i conti, ma forse è il caso che la società pensi più al presente e meno al futuro. Anche perché se il presente svanisce senza rendersene conto, non ci sarà un futuro.

Il Cagliari e il devastante effetto Sardegna Arena: in un anno volati via la metà dei punti in casa

Sei punti in meno rispetto all’anno scorso, uno staff tecnico in più a libro paga. Sono questi i dati che balzano per primi agli occhi confrontando il rendimento del Cagliari di quest’anno rispetto al passato campionato. Ma non sono gli unici. L’effetto Sardegna Arena è stato a dir poco devastante: mentre l’anno scorso dopo 21 giornate i rossoblù avevano giocato in casa 10 volte conquistando 22 punti, nello stadio provvisorio quest’anno ne hanno ottenuti esattamente la metà (11) giocando anche una partita in più. Impietoso anche il confronto fra i bomber: Pavoletti è a quota 5, il predecessore Borriello di questi tempi ne aveva insaccati quasi il doppio: 9. Con la piccola differenza che per avere l’attuale centravanti la società ha sborsato 12 milioni di solo cartellino, mentre l’altro era arrivato gratis e andando via ha portato addirittura 2 milioni nelle casse societarie. Poco importa che poi a Ferrara abbia concluso poco e nulla, nel cambio è indubbio che il Cagliari ci abbia perso sia sotto il profilo tecnico che economico. Dopo la sconfitta col Milan l’allenatore Diego Lopez si è fatto apprezzare per alcune dichiarazioni sincere: dopo aver evidenziato l’ennesimo torto arbitrale sul mancato fuorigioco fischiato a Kalinic in occasione del raddoppio di Kessiè, ha anche aggiunto che non sono state meno gravi le colpe dei propri giocatori per i cartellini ricevuti che priveranno la squadra di Barella e Pavoletti (in aggiunta a Joao Pedro che deve ancora scontare l’ultimo turno delle 4 giornate di squalifica) nella prossima delicata trasferta di Crotone, contro una rivale diretta in classifica. Meno condivisibili le dichiarazioni del tecnico uruguaiano sugli avversari. Dire che il Milan è una grande quando la classifica mostra impietosa il settimo posto dei rossoneri (ed era ottavo con altre quattro squadre prima del confronto di ieri), è una forzatura che di certo non fa crescere l’autostima nella sua squadra. Rispettare gli avversari è sempre doveroso, ma con  queste dichiarazioni (pronunciate anche alla vigilia) si finisce per trasmettere timore ai propri giocatori. I quali magari poi si convincono che contro quel Milan si possa anche perdere in casa. Cosa che poi è tristemente avvenuta.

Cagliari, un’altra occasione sciupata: e i ko in casa sono diventati sette

Lasciamo perdere la tradizione, il blasone, il nome. Giudichiamo dal valore espresso sul campo nei due confronti in campionato e poniamoci il quesito: è possibile concedere sei punti su sei al Milan di quest’anno? Una squadra né carne né pesce in cui persino il supervalutato Donnarumma esce tre volte a farfalle dopo aver preso un gol (quello di Barella che nel finale si è fatto espellere scioccamente) in cui ha mostrato evidenti colpe? Contro questo Milan il Cagliari ha ripetuto lo stop dell’andata, riuscendo a centrare il settimo ko casalingo. Avete capito bene, per sette volte in una sola stagione i rossoblù hanno fatto gioire gli avversari pur giocando davanti al proprio pubblico. Di fronte a queste cifre tutto il resto passa in secondo piano. Compresa l’ultima palla gol, a due secondi dal fischio finale, colpita di testa dal più inutile dei Pavoletti visto a queste latitudini. Eppure tutto sembrava essersi messo nel migliore dei modi dopo la rete di Barella all’8’ di gioco. Un bel gol propiziato da un passaggio di Ionita (l’uomo che a metà ripresa per ragioni misteriose da un po’ di tempo a questa parte è costretto a uscire per problemi fisici), che ha allargato sulla sinistra per il giovane numero 18, abile nel dribblare il volenteroso ma acerbo Calabria e a mettere dentro con un destro a rientrare, favorito dal tardivo tuffo del portiere ospite. A quel punto bastava la partita di contenimento contro un avversario per niente trascendentale, che ha mostrato un Bonaventura farraginoso e un Suso poco ispirato. Solo Kalinic si è dannato l’anima, mentre Kessiè, autore del pareggio su rigore (troppo ingenuo il fallo di Ceppitelli: ma come si fa?) e del raddoppio dopo un assist in mezzo all’area dello stesso Kalinic poco prima dell’intervallo, ha imperversato per una mezzora prima di rientrare nei ranghi nella ripresa. Il Cagliari, che ha perso dopo un quarto d’ora Sau, non ha mostrato quella cattiveria necessaria per centrare l’obiettivo, quasi che la vittoria dovesse cadergli dal cielo. Aggiungiamo alla inutilità di Pavoletti lo scarso feeling col gol di Farias (Lopez quando lo utilizza continua a farlo giocare da seconda punta anziché sulla fascia, peggio per lui e per il Cagliari…) e la serata no di Cigarini, al dilà delle buone intenzioni. Nel momento in cui lo stato delle cose invitava ad accelerare e a sveltire il gioco, creando occasioni davanti, il regista della squadra si esibiva nel repertorio peggiore, quello mostrato nei primi mesi di campionato quando aveva da smaltire la lunga inattività e giocava sempre la palla due metri di lato o all’indietro senza mai cercare la verticalizzazione e men che meno di liberare qualche compagno al tiro. Note positive le grandi parate di Cragno (che però non è molto fortunato perché quando gioca la sua squadra perde spesso e volentieri…) e il rientro di Cossu che nel finale ha dato perlomeno una scossa ai compagni. Detto che Faragò,  ha avuto un brutto cliente in Rodriguez, che ne ha limitato le consuete scorribande e gli assist dalla fascia (bravo comunque l’ex novarese nel caricarlo di cartellini e nel procurarne l’espulsione), vien da chiedersi perché Lopez abbia affidato al neo entrato Deiola (35 minuti per lui recupero compreso) una posizione per lui assurda, quasi da attaccante aggiunto, dove la mole del giocatore (apparentemente sovrappeso) mal si adattava alla necessità di giocate rapide e cambi di passo. Potrei sbagliare, ma con quel fisico così imponente il giovane di San Gavino avrebbe forse più chances di farsi valere se venisse schierato esterno basso di fascia, fluidificante come si diceva un tempo. In modo da non trovarsi mai spalle alla porta ma allungare la falcata quando l’azione lo consente. Insomma, parlando in generale, le belle prove contro Atalanta e Juventus non si sono ripetute e ora si va a Crotone con qualche assenza pesante e un avversario che con un paio acquisti veri e la cura Zenga sembra rinato. Siamo nati per soffrire.