Rastelli e quella fiducia a Storari e Munari: peggio per lui

Il Chievo ha fatto di tutto per non vincere, il Cagliari però è riuscito a fargli cambiare idea. Dice: “Ma che poteva fare il portiere se l’avversario era tutto solo?” Sarà, ma Storari dopo aver tenuto la pessima media di un gol subito ogni 33′ giocati (neanche i Marruocco e Capecchi di salerniana memoria avrebbero potuto far peggio), stavolta l’ha un po’ sollevata solo perchè ha preso un tiro e un gol. Peggio per Rastelli a questo punto che continua a crederci. Credo che il tecnico a prescindere dalle scelte opinabilissime sia destinato a lasciarci le penne in primis per questa fiducia su un giocatore che ha già dato. Ps: giustamente Alessandro mi faceva osservare un’altra fiducia mal riposta del tecnico: quella per Munari. Faccio ammenda per essermene dimenticato, ma questo giocatore ha la capacità unica di passare così inosservato in campo (per questo una volta lo definii “l’uomo invisibile”) che spesso pur senza volerlo faccio a meno di citarlo.

Quando Eraldo fece invidia persino a Facchetti

A metà degli anni Settanta, quando il Cagliari d’oro concludeva mestamente il suo ciclo, avevo rifatto il testo della canzone del Gigante della pubblicità Ferrero che metteva in riga Jo Condor . Nella mia mente bacata di dodicenne irrequieto, il cattivo era personificato da Andrea Arrica che dopo essersi preso i giusti meriti per aver costruito quello squadrone, stava subendo gli improperi dei tifosi per i risultati che ahimè non arrivavano più. E manco a dirlo Gigi Riva era il “Gigante… pensaci tu” della celebre canzoncina, uno degli spot preferiti su Carosello. E parafrasando il testo originale, il Bomber in risposta alle lamentele chiedeva: “Cos’ha di nuovo combinato quel cattivone di Arrica?”. A quel punto rispondeva il coro dei tifosi delusi: “Ha venduto Albertosi, che para tiri portentosi… ha venduto Martiradonna, che agli avversari metteva la gonna…. Ha venduto Cera, che era una bandiera… ha venduto Greatti, anche se giocava a tratti… ha venduto Gori, che ci azzecca anche da fuori… ha venduto Domenghini, che fa felici grandi e piccini.. ha venduto Mancin tichitichitichitin…” I nomi potevano cambiare, se ne aggiungevano sempre di nuovi con nuove rime baciate, ma in chiusura doveva esserci sempre lui, Eraldo Mancin. E per tantissimi bambini sardi che come me avevano la passione dell’Album delle figurine, e con quello avevano affinato  la tecnica per imparare a leggere, la sua scheda era un refuso. Porto Tolle, suo luogo di nascita (nella frazione di Polesine Camerini), per il sottoscritto era in realtà un Porto Torres storpiato. Eraldo era nato lì in provincia di Rovigo nel 1945, e al pallone si era dedicato grazie anche agli incoraggiamenti del nonno Antonio. Si era messo in evidenza nel Venezia che lo aveva preso a 15 anni dal Contarina (patria di Rimbano, altro terzino sinistro di qualche anno più giovane), dove aveva già giocato in Promozione, e venne fatto debuttare in B diciottenne. Sempre in laguna, dopo un campionato a Verona, tornò per giocare titolare in serie A a 21 anni. Esordio col Milan, subito in gol con Rivera e poi al raddoppio con Lodetti. Marcò in quell’occasione Amarildo (poi suo compagno a Firenze) che gli diede parecchio filo da torcere e con qualche colpo proibito gli insegnò – parole sue  – “a… sopravvivere nel calcio dei grandi”. Era il Venezia del coetaneo Ferruccio Mazzola (Mazzola II), arrivato in prestito dall’Inter di HH e presentatosi con due gol nelle prime due partite: ma era anche la squadra dell’ala sinistra Pochissimo, uno dei nomi che più faceva divertire noi bambini per la sua stranezza. Quell’anno, torneo 66-67, Mancin fece la sua conoscenza con l’Amsicora alla settima giornata, e non fu un ricordo da tramandare ai posteri. I rossoblù passati nell’estate dalla guida di Silvestri a quella di Scopigno, stapparono un inizio di campionato prodigioso non solo per il record iniziale di imbattibilità di 712’ stabilito da Reginato, ma anche per le due quaterne consecutive interne ( a zero) rifilate prima al Bologna e poi proprio al Venezia. In fotocopia i primi tre marcatori (Riva-Riva-Boninsegna), cambiava solo l’ultimo (sempre Riva contro gli emiliani, Greatti contro i veneti). Per Eraldo non fu un gran pomeriggio, ma niente in confronto al 2-6 rifilato a domicilio dalla Fiorentina qualche settimana dopo. Due gol portarono la firma di uccellino Hamrin, il suo uomo, ma paradossalmente quell’anno nonostante la retrocessione doveva rivelarsi per Mancin foriero di soddisfazioni visto che al termine della stagione fu proprio la Fiorentina yè yè di Chiappella ad acquistarlo dietro suggerimento di Segato, l’allenatore che l’aveva fatto debuttare in A, ex gloria viola nello scudetto del 56 con Bernardini. Un campionato di apprendistato con il primo gol in A realizzato a Valsecchi dell’Atalanta (vittoria viola per 1-0) e poi lo scudetto con Pesaola in panchina, sì proprio quello ottenuto ai danni del Cagliari che si era fatto superare dopo aver ottenuto il titolo di campione d’Inverno, Mancin giocò 29 partite su 30 (saltò solo la trasferta di Vicenza per squalifica). In Sardegna arrivò insieme a 185 milioni di conguaglio per una sorta di scambio tra esautorati: da un lato lui fatto fuori da Pesaola dopo un diverbio, dall’altro Longoni fatto fuori da Scopigno dopo che in una partita con la Roma il compianto mancino dai polpacci inverosimili  aveva disatteso il suo ordine di marcare Peirò. Mancin ottenne un bis immediato anche se masticò amaro perché incappò nella migliore stagione di Zignoli che in tutto il campionato nello stesso ruolo non fece mai segnare l’avversario diretto. Pur partendo titolare quella stagione (tre su tre in Coppa Italia e debutto in campo dall’inizio nella prima giornata a Genova con la Sampdoria), perse il posto (“presi male quel trasferimento e non ci misi la giusta concentrazione così finii in panchina. Poi invece quell’arrivo a Cagliari fu la mia fortuna perché mi trovai a meraviglia sia dentro che fuori dal campo”) e giocò alla fine solo 8 volte (divennero 21 con le 2 gare in Coppa delle Fiere, poi Coppa Uefa e attuale Europa League, e le 11 presenze con un gol in Coppa Italia dove fu sempre presente)  ma si consolò pensando che in fondo a lui era andata bene (due scudetti in due anni) al contrario di Pino Longoni che di quei due tricolori non ne ottenne neanche uno. Avevo 9 anni ma già fantasticavo su formazioni e scelte del tecnico, chiedendomi come mai Scopigno lo impiegasse col contagocce. E ricordo come fosse ieri la gioia dopo un pomeriggio trascorso a letto con la febbre senza avere notizia di un Cagliari-Roma ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia.  Per la verità il mio problema maggiore era quello di sapere se fosse sceso in campo Riva che solo tre giorni prima aveva segnato in azzurro a Madrid contro la Spagna (2-2, la partita degli autogol di Salvadore che, ironia della sorte, spalancarono a Niccolai le porte della nazionale) e che veniva dato in dubbio. Peraltro dopo la vittoria dell’andata all’Olimpico per 1-0 il passaggio era quasi assicurato. Dovetti attendere il telegiornale della sera (fu mio padre a darmi la lieta novella) per sapere che i rossoblù avevano vinto 2-0 con un gol di Mancin e il raddoppio del  Bomber. Il buon Eraldo dopo aver giocato il primo tempo nel suo ruolo consueto di terzino sinistro fluidificante, venne spostato in avanti sulla fascia dopo l’ingresso di Zignoli al posto di Greatti che era uscito per un affaticamento muscolare (al tempo c’era solo un uomo in panchina oltre al portiere di riserva). Dall’anno seguente, anche per il ritorno alla base milanista di Zignoli, Mancin divenne titolare, centrando il record dell’unico terzino a fare tripletta in serie A, cosa che non riuscì neanche al suo idolo Facchetti. Accadde col Verona all’ultima di campionato il 23 maggio del 1971 (4-1). Quello che molti non sanno è che quel giorno diversi osservatori delle grandi squadre erano giunti al Sant’Elia per il giovane Bergamaschi, reduce a soli 20 anni dalla prima stagione da titolare nel massimo torneo. Ma dopo aver visto la tripletta di colui che l’avrebbe dovuto marcare, mollarono quella pista chiedendo lumi sul prode Eraldo Mancin che naturalmente venne considerato incedibile da Andrea Arrica. Per inciso Bergamaschi sarebbe poi approdato al Milan dopo un paio d’anni, senza mai incidere, e poi una volta smesso di giocare divenne titolare di una tabaccheria e casellante all’autostrada prima di tornare nel calcio come tecnico nel settore giovanile dell’Hellas. Fece comunque una discreta carriera in A, anche se gli sarebbe rimasta per sempre la descrizione fatta da un giornalista che andava per la maggiore in quel periodo: “Bergamaschi? Bravo, bravo, se può dirsi così di uno che sembra sempre correre sulle uova”. Mancin intanto sembrava diventato un bomber. Appena sette giorni dopo il magico tris segnò infatti il gol vittoria del Cagliari in Inghilterra contro l’West Browmich Albion (2-1 nel torneo Anglo-Italiano). “Quell’anno segnai più del centravanti che non era uno qualunque ma Bobo Gori” mi raccontò orgoglioso in un messaggio privato su Facebook.  Mai una parola sopra le righe, era per tutti il compagno ideale. “Il calcio mi ha dato tanto senza che gli chiedessi qualcosa” era la sua massima di uomo mite, buono e dedito alla famiglia. Proprio per amore di sua moglie e dei figli rinunciò senza mai pentirsi alla carriera da allenatore professionista. Aveva viaggiato troppo da calciatore e voleva star loro vicino. In rossoblù in sei anni mise insieme 114 gare di campionato, oltre 150 in tutto e segnò altri due gol (Vicenza e Sampdoria). A Pescara altre tre stagioni con due promozioni in A (una ottenuta agli spareggi insieme all’Atalanta proprio a discapito del Cagliari) e una retrocessione in B. Chiuse in C vicino a casa sua col Mestrina. Per lui 216 partite e 6 gol in serie A. Oltre al record dell’unico difensore capace di realizzare una tripletta nella massima serie, detiene con tre campioni del calibro di Giovanni Ferrari, Roby Baggio e Andrea Pirlo (nonché il portiere Riccardo Toros e l’altro ex rossoblù Alessandro Orlando) l’altro primato di aver vinto due scudetti consecutivi con due maglie diverse. E il terzo primato lo divide con l’allenatore Bernardini, perché vincere due scudetti è già una bella cosa ma vincerli con due squadre provinciali (Fiorentina e Cagliari per lui, sempre Fiorentina e Bologna per il celebre Fuffo) è davvero il massimo. Un altro degli eroi dello scudetto ci ha lasciato, poco tempo dopo Nenè. Prima di loro i giocatori Martiradonna, Zignoli, Tampucci, i dirigenti Corrias, Arrica, Marras, Delogu, Bellu, Ferrari, Carro; gli allenatori Scopigno e Conti, i massaggiatori Viganò e Duri. Ciao Eraldo, a Verona col Chievo il Cagliari giocherà col lutto al braccio per ricordarti.

A Lapadula basta un gol in A per andare in nazionale. L’importanza di un buon procuratore

Su 12 partite ne ha giocate solo 2 da titolare, nessuna per 90’,  ha raggranellato appena 6 presenze e segnato la miseria di 1 gol. Eppure dopo la prima rete in serie A, giunta peraltro all’età di 26 anni (non stiamo parlando quindi di un talento precoce), sono trascorse meno di 24 ore perché giungesse la chiamata in nazionale. Davvero singolare il destino di Gianluca Lapadula, doppio passaporto italiano e peruviano per via della madre sudamericana. E pensare che un calciatore del calibro di Pietro Paolo Virdis la nazionale maggiore non l’ha mai vista nonostante abbia segnato più di 100 gol in serie A. Altri tempi, allora non c’erano i procuratori che sancivano le carriere di giocatori, tecnici, allenatori (Ct delle nazionali compresi), direttori sportivi, presidenti. Potrei aggiungere arbitri e giornalisti, come ci hanno insegnato le intercettazioni del 2006. Già calciopoli, sono passati dieci anni da quando si accorsero che esisteva, ma niente sembra cambiato, salvo il nome, ora non si chiama più così. E chi come il Ct Ventura è arrivato alla panchina più importante del nostro Paese senza un pedigrée adeguato, ora evidentemente deve pagare le cambiali per cotanto godere. Sembra di essere tornati ai tempi di Lippi (lui e il figlio dovrebbero fare un monumento a Moggi per le carriere, i trofei -nel caso del padre – e le decine e decine di milioni guadagnati). Ricordate quando il buon Marcello convocava in azzurro Langella? E come lui tanti altri. Moggi non è il diavolo, il suo potere, parlo della Gea World gestita dal figlio Alessandro, è limitato all’Italia anche se gli affari migliori li fanno col mercato cinese (se guardo Raiola per esempio è molto più esteso) e dico anche che quando va in tv (spesso su Sportitalia) è un piacere ascoltarlo perché sa di calcio e te lo spiega come pochi, oltretutto in maniera ironica. Non con i numerini di cui quasi tutti oggi si cibano. Racconta storie sempre interessanti, non è mai banale, talvolta è persino autocritico (molto raramente). Certo, quando parla di nemici giurati non c’è verso che trovi un pregio, ma è onesto perchè non fa nulla per nascondere chi gli sta antipatico. Si dice che non abbia perso il vizietto di far mettere sull’attenti qualche presidente come faceva tanto tempo fa con De Luca del Siena, Foti della Reggina o Franza del Messina (prima ancora era molto amico di Rozzi dell’Ascoli che però gli teneva testa, eccome se gli teneva testa). Per esempio quello del Pescara, Sebastiani, che nonostante i risultati pessimi non può cacciare l’allenatore Oddo perché sta nelle sue grazie dai tempi in cui giocava e prima ancora stava nelle sue grazie il padre allenatore. Sia chiaro, non stiamo parlando di un monarca assoluto, a Bari per esempio non ha potuto far niente per salvare Stellone, sostituito proprio ieri da Colantuono che da un mese sperava nella panchina del Cagliari. Anche Stellone peraltro gli deve la ancor giovane carriera perché lo ha inventato dal nulla a Frosinone, e a Bari gli ha fatto firmare un triennale a cifre importanti. Idem dicasi per De Zerbi a Palermo, che gode di ottima stampa ma che in fatto di risultati lascia alquanto a desiderare (e l’anno scorso in C  a Foggia dopo tanti complimenti finì pure per fallire la promozione). Con Zamparini, suo amico di vecchia data, però è una pacchia continua perché sapendo che quello ne esonera uno al mese, riesce a piazzargliene tre o quattro a stagione del suo giro. Col Cagliari ha avuto molti rapporti nel corso degli anni. Tornando ai tempi di Rozzi mise lo zampino nella salvezza dei marchigiani a discapito dei rossoblù  di Giagnoni nell’83 (ultima di campionato Ascoli-Cagliari 2-0). Poi una decina di anni dopo insieme a Paco Casal fece un corso accelerato a Massimo Cellino insegnandogli in pochissimi mesi il mestiere di presidente (c’è da dire che l’allievo si era dimostrato peraltro molto scaltro e intelligente da par suo). Poi qualcosa si ruppe, anche se Cellino in certi casi non poteva dirgli di no. Ricordo che i diesse Cinquini e Salerno erano stati suggeriti da Moggi. Anche oggi, seppur ufficialmente fuori dal calcio, Moggi ha in qualche modo buoni rapporti col Cagliari. Beretta per esempio gli deve una buona fetta delle chances avute in carriera, spesso con Capozucca diesse. L’attuale responsabile del settore giovanile rossoblù, che a Cagliari è giunto perché conosce da molti anni il presidente Giulini, peraltro deve ancora decidere cosa fare da grande. Oltrechè l’attuale ruolo ha sempre il patentino di allenatore e sta per prendere quello di diesse. Ma niente paura, a Rastelli e Capozucca ha detto che possono star tranquilli.

Ultimo avviso: alla fermata di Verona sale il controllore

L’uscita di Giulini merita qualche approfondimento. Credo fosse la cosa più giusta da fare in quel momento e lo ribadisco. Ma le critiche feroci fatte alla squadra ci fanno anche capire che l’avviso ai naviganti è stato piuttosto chiaro. Verona in tal senso sarà una tappa fondamentale per tecnico e giocatori. Molti mi chiedono: ma perché ha fatto il Ponzio Pilato non decidendo se far fuori chi remava contro o l’allenatore? C’era la sosta, sarebbe stata la cosa più facile per risistemare le cose. E in effetti questa decisione se fosse solo un rinvio potrebbe fargli perdere il tecnico che aveva scelto per sostituire Rastelli (salvo che il prescelto non aspetti ancora). Però è anche vero che Rastelli parla con i punti e per il Cagliari in questo momento 16 sono tanti. La situazione è fluida, non si è risolto nulla, però forse qualcuno d’ora in poi se è intelligente righerà dritto. Il messaggio a giocatori, tecnico e diesse è stato perentorio. Un ultimatum bello e buono anche se la lezione il presidente l’ha capita. Penso che in futuro prima di creare situazioni “pericolose” con differenze di ingaggi enormi tra giocatori e tecnico, ci penserà non una ma cento volte.

Giulini ci mette la faccia: chiede scusa ai tifosi e conferma Rastelli. Bravo presidente

Un intervento accorato, sincero, diretto. Tommaso Giulini non ha usato mezze frasi, in un momento difficile per il Cagliari è sceso in campo come si conviene ad un numero uno, ad un capo vero. Ha difeso l’operato dell’allenatore Rastelli, ha smentito le ipotesi di fronda verso lo stesso da parte dei giocatori più rappresentativi. In poche parole ha smentito le voci sempre più insistenti di un cambio di panchina (a questo punto Colantuono dovrebbe ripiegare su Pescara o Bari), ha chiesto scusa ai tifosi per le figuracce rimediate negli ultimi incontri, ma ha invitato tutti a guardare con fiducia al futuro perché il decimo posto in classifica è comunque un bel risultato e se fosse confermato alla fine del campionato sarebbe ottimo per una neopromossa. Una discesa in campo da applausi, per il presidente del Cagliari e per il collega Stefano Fioretti che lo ha intervistato in diretta telefonica su Videolina sport. I problemi non si risolveranno con queste parole, ma certo quel quarto d’ora di trasmissione è importante per il futuro della squadra e per ritrovare la serenità perduta. Forza Cagliari!

Gli ammutinati dagli ingaggi sonanti stavolta fanno felice il Toro. E Colantuono

Ai professionisti del “ Forza Cagliari” con la benda sugli occhi, agli  indefessi  frequentatori di blog, tv e giornali sistematicamente proni, genuflessi e con la lingua strisciante; fedeli al concetto: non si sa mai che me ne venga qualcosa. Ai combattenti della vita che si schierano sempre dalla parte dei potenti, salvo poi saltellare sui loro cadaveri non appena vengono riposti. Ai torbidi untori dei commenti vacui o insultanti, senza idee personali e col cervellino in perenne stand by. Se volete leggere in queste pagine di Torino Cagliari 5-1, vi piaccia  o meno non dovete far altro che tornare sul pezzo della settimana scorsa titolato “Rastelli, la rinascita e quelle scoppole sospette”. Quello degli ammutinamenti spontanei o indotti per capirci.

Ciò non toglie che qualcosa la si possa aggiungere.  Per esempio che qualcuno ci sarà rimasto male nel non aver battuto il record negativo in fatto di scoppole (bastava ancora un golletto: il 6-1 sarebbe stato un primato. In precedenza in A avevamo preso sei reti solo due volte: 6-2 a Udine e 6-3 a Napoli). Ma voglio soffermarmi su Colantuono, un tecnico che nulla ha a che vedere con Rombodituono. Rifiutando la panchina del Cesena la scorsa settimana perché gli avevano consigliato di aspettare, aveva deciso di ritentare la carta della serie A dove ha allenato per molti anni. Bene, lui come qualcun altro (diciamo un personaggio che agli amanti del cinema e in particolare di “Ritorno al futuro” ricorda lo scienziato pazzo protagonista del film) vedendo la vittoria rossoblù sul Palermo si sarà mangiato le unghie fino alla carne viva, ma oggi può tirare un sospiro di sollievo perché finchè c’è vita c’è speranza (di prendersi il Cagliari evidentemente). Un pensiero lo merita indubbiamente Storari, il portiere che evidentemente ha un ingaggio direttamente proporzionale ai gol che prende: fino a oggi 26 reti in 808’, ovvero una rete ogni 31 minuti. Roba che se fra i pali di una porta ci piazzi una sedia ha più probabilità di riuscita. Un pensierino vorrei poi riservarlo a Isla, un altro che in fatto di ingaggi non scherza (complimenti vivissimi alla società anche per questo contratto). Lui e Vidal arrivarono alla Juventus con diverse referenze e con una gran voglia di approdare in Italia. Isla fece prima passando dall’Udinese, ma entrambi erano affascinati dal mito dell’Italia, di Milano soprattutto: la “Milano da bere” vista in tante pubblicità. Però Torino non è Milano e lì questo mito non è particolarmente apprezzato, così Vidal è stato ceduto all’estero e Isla da tre anni veniva mandato ovunque purché a debita distanza. Che fa il Cagliari? Ma lo prende ovviamente, con tanto di succulento triennale. Dimenticavo Tachtsidis, l’unico essere vivente più lento dell’agonia. Capozucca lo ha avuto tanti anni alle sue dipendenze, così come prima di portarlo a Cagliari aveva avuto per tanti anni sciagura Krajnc. Ora io non vorrei infierire, ma un acquisto puoi sbagliarlo quando prendi uno che conosci poco, ma in questi casi vuol dire proprio che nella valutazione dei giocatori qualche problema ce l’hai. Passerei poi a Munari, l’uomo invisibile per chi lo cerca in campo. Rastelli si era illuso che fosse un “suo” uomo, uno su cui poteva sempre contare. Ma non è lui a passargli lo stipendio, per cui ubi maior… Per chiudere: quando decisero di far fuori Trapattoni impiegarono quattro trasferte di seguito: persero 4-0 in casa dell’Inter, poi rimediarono un altro 4-0 in casa del Parma e un altro ancora (ma che ripetitivi!) all’Olimpico con la Lazio. In casa però la squadra se la giocava bene e quindi si rese necessario un altro cappotto (stavolta finì solo… 4-1) in casa della Juve. Stavolta l’obiettivo è migliorarsi (…) e per portarsi avanti col lavoro oltre al 5-1 odierno e al 4-1 in casa laziale c’è stato anche il 3-5 con la Fiorentina al Sant’Elia. Riusciranno i nostri eroi….? Qualcuno potrebbe obiettare: ma se volevano far fuori l’allenatore perché vincere 2-1 a Milano? In fondo tutto cominciò quel giorno, quando Borriello venne escluso dall’undici titolare e Storari ripescato all’ultimo momento. Beh, mettiamola così, dall’altra parte c’era chi aveva rubato l’idea. Povero De Boer.

Cari Antonio, Serenella e Costanzo vi devo una carriera

Nel 1982 avevo 21 anni, vivacchiavo in Economia e Commercio dove avevo dato sette esami e l’Italia di Paolo Rossi non aveva ancora vinto il Mondiale. Mi ero iscritto a un corso biennale sugli investimenti pubblicitari organizzato dalla Regione con i migliori insegnanti su piazza e con diversi stage nelle aziende. Un giorno andammo alla sede Rai di viale Bonaria, non ci ero mai entrato fino ad allora, non conoscevo ancora Antonio che fece la sua comparsa quasi subito sommerso da una vagonata di cassette vhs. Sapevo però benissimo chi fosse perché ogni domenica ascoltavo e vedevo i suoi servizi sul Cagliari. Ebbi come una folgorazione, gli chiesi di quale materiale si trattasse e, quando mi disse che stava per cominciare un montaggio su tutti i gol in carriera di Gigi Riva, non ci misi un nano secondo a mollare la compagnia per seguirlo. Serenella Ticca, la mia insegnante di pubbliche relazioni sapeva bene del mio tarlo per il calcio e mi fece un cenno d’intesa: ci saremmo rivisti dopo. Ma dopo quando? Antonio era gentile e inizialmente apprezzò il mio contributo per ricostruire le immagini e le partite relative ai gol in questione. La prima ora passò così velocissima e la seconda pure. Io però ero in versione martello penumatico, non stavo un attimo zitto e non mi limitavo a citare le partite, ma per ognuna tiravo fuori qualche aneddoto riferito magari al compagno che aveva effettuato il passaggio a Gigi per il gol o all’avversario che lo marcava. Antonio fu paziente, anche troppo. Ma credo che un sospiro di sollievo minimamente vicino a quello che tirò quando ricomparve la mia classe per avvisarmi  che dovevamo andar via, non avrebbe mai più avuto uguali. Fu gentile, mi incoraggiò a proseguire nella mia passione e da lì presi la mia decisione: sarei diventato un giornalista sportivo. Serenella dopo aver sentito tutti quei complimenti fatti nei miei confronti da un professionista come Antonio Capitta fu molto determinata nell’invitarmi e iniziare una collaborazione presso qualche redazione. Passò un anno, il corso proseguì felicemente e la mia insegnante di pubbliche relazioni fece una cosa bellissima per me. Pur non conoscendolo mi fissò un appuntamento con Costanzo Spineo, responsabile per le pagine sportive della Nuova Sardegna a Cagliari. E da lì cominciò tutto. Anzi tutto era già cominciato un anno prima per merito di Antonio. Anche per questo conservo gelosamente un premio Ussi da lui ricevuto nel 2003 quando ricopriva la carica di presidente regionale dei giornalisti sportivi, con la seguente dedica: “A Nanni Boi, allevato a latte e Gigirriva ne ha onorato le gesta di leggenda del gol nel libro Un tiro mancino”. Cari Antonio, Serenella e Costanzo, vi devo una carriera!