Bei ricordi con la Juve alla prima giornata Finirà anche stavolta col Cagliari sesto in classifica?

Fra le grandi firme del giornalismo sportivo amanti delle statistiche ho apprezzato particolarmente Gualtiero Zanetti, personaggio dallo sguardo altero, un po’ ducesco, che dalle cifre prendeva spunto per rendere inattaccabili i suoi pezzi, come del resto avrebbe fatto in seguito Giorgio Tosatti. In quel periodo c’era tra gli altri anche Eugenio Danese, che purtroppo passò alla storia non tanto per la luminosa carriera, quanto per una profezia mai avverata: qualche ora prima di una gara tra Italia e Turchia, nel 1973 a Napoli, intervistato per il tg della Rai  ebbe a dire: “ … e in considerazione di questi dati, se oggi non vinciamo per 5-0 mi taglio la testa”. Purtroppo per lui e per gli azzurri, i turchi quel giorno strapparono un miracoloso 0-0 e se per motivi per così dire ‘funzionali’ la testa di Danese rimase al suo posto, lui per ragioni di opportunità e di amor proprio sparì dalla circolazione. L’ho presa alla lontana per dire che sotto le nostre latitudini casteddaie, tra gli statistici di cui mi fido ci sono due amici, Gianni  e Maurizio, che nella vita hanno scelto di fare cose completamente diverse, ma sulla cui memoria storica degli avvenimenti rossoblù e non solo mi fido ciecamente. E allora prendo lo spunto proprio dalla ricerca di Maurizio, uno che esalta il prodotto fatto in Sardegna nel suo pastificio artigianale, per vedere appunto di che pasta è fatto  il Cagliari sulla base del nuovo calendario. C’è un precedente beneaugurante, anzi due. In entrambe le occasioni in cui i rossoblù si sono imbattuti nella Juventus al primo turno di campionato, sono arrivati poi sesti nella classifica finale. E guardacaso si tratta dei migliori piazzamenti negli ultimi 45 anni della storia cagliaritana! Nel torneo 80-81, con Mario Tiddia in panchina e Gigi Riva direttore sportivo (presidente Mariano Delogu), il Cagliari ottenne quella posizione tanto più insperata perché giunta proprio nell’anno della riapertura agli stranieri dopo l’embargo che aveva fatto seguito quindici anni prima al fallimento della nazionale con la Corea. Ogni squadra poteva tesserarne uno, e se la Roma fece il colpo migliore col brasiliano Falcao e il Napoli ottenne i servigi dell’elegante olandese Krol (buoni anche l’austriaco Prohaska per l’Inter, l’argentino  Daniel Bertoni per la Fiorentina e l’irlandese Brady per la Juve), arrivarono anche onesti lavoratori del pallone come il torinista Van de Korput e il tedesco Neumann per l’Udinese, unitamente allo sconosciuto attaccante argentino Elio Sergio Fortunato per il Perugia e al più noto degli ignoti, ovvero Luis Silvio Danuello, presunto attaccante brasiliano della Pistoiese. E il Milan? Beh il Milan era in B per illecito e non poteva tesserare nessuno. L’anno seguente, tornato in A, prese uno scozzese, lo squalo Jordan, che in B ce lo riportò senza neanche bisogno degli illeciti. Il Cagliari, come l’Ascoli, il Brescia, il Catanzaro e il Como, preferì il prodotto indigeno, il cui elemento più rappresentativo venne personificato nell’esordiente Sandrino Loi, centrocampista-libero per il quale facevano un tifo d’inferno tutti coloro che lo avevano avuto come compagno nelle giovanili rossoblù (ed io in ultima fila tra quelli). Loi quell’anno debuttò proprio alla prima giornata nell’1-1 casalingo con la Juve sostituendo a un quarto d’ora dalla fine il mediano Tavola che era giunto in estate dalla Juve insieme alla meteora Ricci e al prestito del redivivo Virdis. Sandrino l’anno prima aveva giocato sempre in prestito nel Carbonia, in serie D, insieme al portiere Roberto Dore, e passare dai duelli con i giocatori dell’Isili a quelli con Causio, Tardelli e Bettega un po’ gli cambiava la prospettiva. Ciononostante alla fine del torneo Loi mise assieme 21 partite su 30, solo una meno di Virdis, e ancor oggi che è rimasto al Cagliari come tecnico delle giovanili rossoblù, può dire di essere stato uno dei protagonisti di quella splendida impresa che vide i rossoblù mostrare un calcio piacevolissimo. Grazie ai piedi buoni del regista Marchetti, del vecchio libero Brugnera, del promettente Pino Bellini; al dinamismo di Quagliozzi e Osellame, al tridente offensivo Virdis-Selvaggi-Piras, e a una difesa in cui Lamagni e Azzali proteggevano ringhiando il portiere Corti. L’altra impresa, pur anch’essa piuttosto datata (1992-93), è sicuramente più viva nei ricordi degli attuali quarantenni. Il Cagliari di Carletto Mazzone  e dell’esordiente presidente Cellino impose lo 0-0 a quella macchina da gol che doveva essere la Juve del secondo Trap. C’erano i due BaggioMoellerVialli, Ravanelli, Di Canio e Casiraghi. Ma Ielpo corse pochi pericoli e Matteoli e Francescoli ne costruirono più di uno per Rampulla che quel giorno sostituiva Peruzzi. Quel Cagliari con Moriero e Pusceddu che volavano sulle fasce, Cappioli a centrocampo e un giovane Oliveira in attacco, sarebbe arrivato dopo 21 anni in Europa, impresa da allora mai più centrata. Capito perché affrontare la Juventus alla prima sarà bellissimo?

Duje Cop in partenza? Un errore ora che è al top. E Festa lo esalta

Borriello, Sau, Farias, Joao Pedro, Melchiorri  il promettente Han. In attacco il Cagliari sembra coperto, all’occorrenza in rosa ci sarebbe anche Giannetti che verosimilmente andrà a giocare in campionati più consoni al suo livello. Viene da chiedersi allora quale futuro può avere Duje Cop, (Vinkovci 1990) il croato che ballò solo mezza stagione in rossoblù e che dopo due campionati in prestito ha ancora un anno di contratto con la squadra allenata da Rastelli. Radio mercato lo da comunque in partenza, forse con Isla ai turchi del Fenerbahce, ma sarebbe un errore privarsene. Scoprirlo adesso solo per il gol segnato nell’amichevole col Brescia sarebbe riduttivo, di certo non era l’erede di Larrivey secondo l’etichetta che qualcuno gli mise troppo frettolosamente dopo la passata esperienza in Sardegna. Intanto per il suo biglietto da visita: arrivò con il titolo di capocannoniere in Croazia (22 reti più altre 5 in Europa con la Dinamo Zagabria con cui vinse coppa e scudetto nazionale), un paese dove il calcio si gioca a buoni livelli. Poi c’è da considerare che la media di realizzazione mostrata a Cagliari non era affatto da buttare. Segnò 4 volte in 16 presenze, ma di queste solo due furono intere. Tenuto conto dei minuti giocati realizzò un gol ogni 203’, ovvero ogni due partite e poco più. Considerando anche l’annata disgraziata della retrocessione si può dire che fu una media di assoluto rispetto. Da allora poi ha migliorato notevolmente il suo bagaglio di esperienza giocando titolare per due anni nella Liga spagnola. E se al Malaga si fermò a 7 reti, l’anno scorso allo Sporting Gijon  migliorò sfiorando la doppia cifra e infilando difese tutt’altro che sprovvedute come quelle del Real Madrid, dell’ Athletic Bilbao, della Real Sociedad e del Valencia. Aggiungiamo che nell’ultima stagione si è conquistato la maglia da titolare anche in nazionale infilando le difese di Messico e Irlanda del Nord. Il Cagliari per il suo cartellino sborsò 4 milioni e mezzo in due rate, e dai prestiti spagnoli ne ha recuperati 1,5. In pratica lo ha pagato 2 milioni e mezzo, una cifra più che abbordabile. E’ chiaro che se volesse tenerlo dovrebbe prolungargli il contratto diversamente a febbraio il giocatore sarebbe libero di accasarsi altrove per l’anno venturo a parametro zero. Ma probabilmente ne varrebbe la pena, anche perché con un paio d’anni buoni in Italia si potrebbe ricavare una buona plusvalenza dalla sua cessione.  La pensa così anche Gianluca Festa, l’unico allenatore fra i tre avuti in rossoblù che seppe valorizzarlo utilizzandolo 6 volte su 7 da titolare. Con Zola infatti aveva cominciato bene segnando alla seconda apparizione col Sassuolo appena entrato dalla panchina, ma poi, dopo essere diventato titolare in tre occasioni, venne rispedito fra le riserve. E con Zeman (che non l’aveva avuto nella prima parte dell’anno perché il giocatore giunse col mercato di gennaio) fece solo due spezzoni di pochi minuti partendo sempre dalla panchina. Festa a sorpresa lo lanciò titolare a Firenze al suo debutto in  panchina e lui rispose con una doppietta che consentì ai rossoblù di sbancare lo stadio toscano dopo oltre 40 anni di insuccessi, poi entrò nel tabellino anche nel rotondo 4-0 rifilato al Parma. “Cop è un attaccante che in area di rigore sa il fatto suo – dice l’allenatore di Monserrato – è bravo, capace, smaliziato. Come tutti gli slavi ha un carattere un po’ particolare, magari in allenamento dava l’idea di essere un po’ indolente e io lo spronavo a darci dentro. Ma era un suo modo di gestirsi. Ricordo che mi diceva: ‘Mister, tranquillo. In partita è un’altra cosa’. Ed effettivamente era così, diventava cattivo agonisticamente parlando, così come è giusto che sia. Per i difensori non era un cliente semplice da marcare, perché oltre a vedere la porta sapeva farsi rispettare fisicamente. Se in quel periodo riuscimmo a fare 13 punti in 7 partite buona parte del merito fu anche suo  (Festa raccolse una squadra a pezzi, che tra le dissennate parentesi di Zola e Zeman nelle ultime 10 partite aveva raccolto la miseria di 2 pareggi, 8 sconfitte e neanche lo straccio di una vittoria ndc). Se rimanesse credo che il Cagliari se ne avvantaggerebbe di sicuro, anche considerando la crescita ulteriore avuta nel campionato spagnolo e in nazionale”.

 

 

Faragò mai nel suo ruolo

Potrebbe essere un nuovo acquisto a tutti gli effetti, sempreché trovi l’opportunità di giocare finalmente nel ruolo che a Novara lo aveva valorizzato e imposto tra i giovani più promettenti della serie cadetta. Per Paolo Pancrazio Faragò il Cagliari a gennaio scorso si impegnò con una cifra considerevole (2 milioni e mezzo di euro) per il prestito con l’obbligo di riscattarlo alla fine del campionato per altri 2 milioni e 300 mila euro. Faragò ha fatto le cose per gradi, grazie al Novara che lo ha cresciuto nelle giovanili e poi lo ha lanciato titolare tre anni in B con l’intermezzo veloce di una stagione in Lega Pro: 140 partite a 24 anni quando è arrivato in Sardegna costituivano un buon bagaglio di esperienza, il segno che non si trattasse di un semplice ragazzino ma di un giocatore pronto a spiccare il volo. Ma questo non è successo. Prima per l’infortunio rimediato a Roma nell’esordio in serie A (uno dei sogni da bambino avverato, l’altro, quello di giocare per la sua squadra del cuore, cioè l’Inter, per ora rimane nel cassetto), poi perché Rastelli ha scelto altre soluzioni. Fino all’ultima di campionato col Milan, quando lo ha schierato finalmente titolare (e la vittoria sui rossoneri dopo 19 anni di digiuno ha rappresentato la ciliegina sulla torta di quella bella giornata).  Chissà perché però il tecnico lo ha sempre visto in posizioni inusuali in campo, mai ricoperte o ricoperte solo sporadicamente a Novara. Centrale coi rossoneri, riserva di Dessena che resta fondamentalmente un mediano in copertura. Addirittura terzino nell’amichevole di ieri. E a sentire ancora Rastelli, il timore che voglia insistere su quella posizione per il resto della stagione, è concreto. Eppure Faragò ha una dote non comune tra i centrocampisti, quella di sapersi inserire in zona gol e di “vedere” la porta. Perché rinunciare in partenza a questa prerogativa? L’interessato non fa una piega, si impegna sempre e aspetta il suo turno. Come quando a Novara, passato dagli allievi alla Primavera, trascorse quasi tutta una stagione in tribuna e a fine anno rischiò la bocciatura. In quel caso furono i regolamenti della Figc a fare la fortuna sua e della società piemontese. Perché la sua militanza di oltre cinque anni tra gli azzurri, costrinse in qualche modo il Novara a richiamarlo (almeno cinque giocatori della rosa devono essere cresciuti nel settore giovanile) e come per incanto il giocatore divenne il punto di forza della Primavera segnando da centrocampista 10 gol in 11 partite nel girone di ritorno e imponendosi fino a diventare titolare in prima squadra. Arrivarono così le belle prestazioni e altri gol nel campionato cadetto, quasi sempre nella posizione di centrocampista di destra con licenza di infierire, insieme a quella quotazione che non impedì al Cagliari di puntare su di lui. E come ci ha creduto la società rossoblù che ha fatto un investimento non indifferente su questo ragazzo calabrese, sarebbe ora che ci credesse anche l’allenatore. Così, giusto per non andare avanti a compartimenti stagni.

 

Borriello rinnova ma il mistero rimane: un biennale o un anno più opzione?

I patti erano chiari: al raggiungimento dei risultati il rinnovo è automatico. E per Borriello i risultati sono arrivati, niente da dire. Ma allora perché dopo tanti incontri tra società e agente del calciatore l’annuncio ufficiale tardava ad arrivare e quando è giunto stamattina continua ad ammantarsi di un alone di mistero? Semplice, da un lato il Cagliari si atteneva agli accordi e proponeva una stagione alle cifre e ai bonus dell’anno scorso (quando la base era 700 mila euro e i 20 gol fruttarono altri 600 mila euro all’attaccante), dall’altra il procuratore D’Amico cercava di ottimizzare il buon rendimento del suo assistito chiedendo non uno ma due anni di contratto. E la differenza non era poca cosa. Perché Borriello a giugno ha compiuto 35 anni e non è più un giovincello. Non poteva più pretendere quadriennali da 4 milioni e mezzo l’anno come ai tempi della Roma, ma giustamente intendeva ottimizzare la vena del gol ritrovata. Il Cagliari nicchiava anche perché la scelta di fondo dell’anno scorso all’interno della società non era stata pienamente condivisa all’inizio, e il maggiore sponsor dell’ingaggio del giocatore, l’allora diesse Capozucca che lo aveva avuto a Genova e garantiva per lui, oggi non c’è più. La questione, capirete, non era di lana caprina, anche se c’era un precedente piuttosto recente che spingeva l’ago della bilancia a favore della richiesta dell’entourage del giocatore. Ed era l’esempio di Luca Toni. Il campione del mondo, tornando dall’esilio dorato del Qatar, nell’agosto 2012 firmò a 35 anni un contratto con la Fiorentina. Molti credettero che le 8 reti poi realizzate alla corte di Montella, che allora guidava i gigliati, rappresentassero un canto del cigno, ma l’attaccante cresciuto a Serramazzoni non aveva alcuna intenzione di smettere e, smoccolando con l’allenatore che gli aveva lasciato poco più dello spazio concesso negli ultimi anni a Totti da Spalletti, rimase in serie A. Passò alla matricola Verona segnando la bellezza di 20 reti a 36 anni nella prima stagione, e addirittura 22,  con 37 primavere sulle spalle nella seconda. Impresa che gli permise perfino di vincere il titolo di capocannoniere del campionato a pari merito con l’interista Icardi che aveva 16 anni meno di lui! Oggi il sito ufficiale della società ufficializza la permanenza del giocatore nel Cagliari – ed è ovviamente la notizia più importante – ma annuncia sia il rinnovo biennale che il contratto di un anno con opzione per il secondo. Il mistero su chi abbia vinto il braccio di ferro tra D’Amico e la società è destinato a tenerci avvinti. O a persi.

Super ingaggi: il Cagliari fa indietro tutta. Isla è vicino ai saluti

Tutta esperienza. Con un anno di ritardo e col conforto dei risultati, il Cagliari ammette gli errori e pone rimedio ai munifici ingaggi che non avevano ragione di esistere per una società di provincia. Già lo scorso mese di gennaio, complice tutta una serie di motivi, si era liberato di Storari, poi a fine stagione non gli è sembrato vero sentire da Bruno Alves (entrambi percepivano 800 mila euro netti) che aveva una proposta di un biennale in Scozia e gli ha detto senza neanche fingere dispiacere: prego si accomodi. Adesso se fosse vera la notizia che arriva dalla Turchia sarebbe come vincere un 6 al Superenalotto. Perché Isla non solo si è portato a casa un milione e 200 mila euro per la passata stagione (con un rendimento appena sufficiente peraltro), ma farebbe altrettanto per le prossime due: inutile dire che sarebbe una tragedia per le casse societarie. Resterebbe da vedere se il Fenerbahce vuole contribuire a evitare una minusvalenza per i rossoblù accollandosi anche i milioni spesi dal Cagliari per rilevare il cartellino dalla Juve (e lì Marotta fu davvero diabolico), ma forse sarebbe chiedere troppo. Facendo un po’ di conti, solo tra Alves e Isla la società risparmierebbe per quest’anno – e nel caso del cileno per i prossimi due – 6 milioni e 400 mila euro (perché non dobbiamo dimenticare che i giocatori trattano i loro emolumenti al netto delle tasse che poi però gravano sulle società. E nella fattispecie arrivano quasi al doppio del netto), resterebbero i 700 milioni netti per Padoin  che ha altri due anni di contratto. A questi si dovrebbero aggiungere i 900 mila a stagione netti per due anni a Cigarini (contratto ereditato dalla Sampdoria) ma sarebbe fare un torto alla dirigenza rossoblù non immaginare che in qualche modo la società ligure se ne sia accollata una bella fetta con una buonuscita al giocatore o aumentando la valutazione del cartellino di Murru. Infine il contratto più oneroso, quello di Borriello:700 mila euro più bonus. Questi bonus l’anno scorso erano stati fissati in 30 mila euro a gol, quindi moltiplicato per 16 (se abbuoniamo i 4 di coppa), aggiunse altri 480 mila euro (ovvero 600mila considerando la Coppa Italia)  per un totale di 1180 euro di emolumenti (ovvero 1 milione e 300 con la seconda manifestazione). Borriello peraltro rispetto ai giocatori con lo stipendio più alto è stato anche quello che ha avuto un rendimento nettamente superiore, e considerato che ha un agente che sa il fatto suo (D’Amico), viene difficile pensare che sino all’ultimo giorno di mercato non possano esserci sorprese: leggi proposte di contratti perlomeno biennali a cifre nettamente superiori, sia dall’Italia che dall’estero.

 

 

Cigarini? Speriamo faccia come Suarez, Cera, Frustalupi e Brugnera

Gli anni 60-70 erano quelli dei numeri 10, non come si intende attualmente, cioè il giocatore che oltre a far girare la squadra segna un bel numero di gol. No, il regista classico, quello che prima di ricevere la palla sapeva già dove spedirla, con il cambiamento di gioco, con il lancio lungo, soprattutto preciso. Perché il calcio più produttivo, allora e in ogni epoca, è sempre stato quello capace di conquistare gli spazi nel minor tempo possibile, per arrivare alla conclusione con gli avversari scoperti. Il contrario del tic-tic-toc-toc che qualcuno ha voluto contrabbandare per bel gioco. In quel periodo la nazionale italiana poteva contare su grandi esponenti del ruolo, e per i pochi che avevano la fortuna di trovar spazio in azzurro (l’interista Mazzola, il milanista Rivera, il fiorentino De Sisti, successivamente Fabio Capello una volta passato dalla Roma alla Juventus) tanti altri potevano aspirare alla panchina (Juliano del Napoli, Bulgarelli del Bologna che venne esautorato dopo la cacciata di Fabbri successiva al ko con la Corea del Nord), quando non venivano proprio ignorati (Moschino del Toro, il cagliaritano Greatti, il veronese Mascetti, lo stesso romanista Cordova, poi anche laziale,riciclato ormai anziano da Bernardini in azzurro un paio di volte). Ci sono stati poi tanti centrocampisti classici che hanno vissuto una seconda giovinezza dopo essere stati considerati delle scarpe vecchie, ormai a fine carriera. Basterebbe ricordare il grandissimo Suarez, ceduto dall’Inter dopo  i trionfi euromondiali  ormai 35enne, e ancora capace di giocare grandi campionati alla Sampdoria. Oppure Frustalupi che fece il cammino inverso, considerato sempre dai nerazzurri spremuto e capace di condurre tre anni dopo la Lazio al primo storico scudetto e poi il Cesena in zona Uefa.

Anche il Cagliari fece il grande errore di mollare Cera al Cesena, a  32 anni e questi in Romagna giocando libero ma di fatto rimanendo il vero regista arretrato proprio alle spalle di Frustalupi (così come aveva fatto con Greatti in rossoblù), condusse la giovane compagine di Marchioro a un traguardo impensabile come la qualificazione alla coppa europea. Sempre Cagliari riuscì a ravvedersi in tempo con Brugnera, mollandolo un anno al Bologna (ma giocava ancora mezz’ala) e poi riprendendolo per reinventarlo regista in serie B (una delle poche cose buone fatte dal tecnico Toneatto in rossoblù), prima di chiudere la carriera da libero con Tiddia. A livelli leggermente inferiori si potrebbero ricordare altri tre ex napoletani; Montefusco (ai tempi di Juliano, poi Foggia e Vicenza), Salvatore “Ciccio” Esposito (soprattutto con la Fiorentina prima della parentesi napoletana dove debuttò in nazionale contro l’Urss e poi a Verona),  Improta (il discontinuo “baronetto di Posillipo” che militò anche con Sampdoria e Catanzaro) per concludere con Tamborini che giocò oltre 250 partite in A con Samp, Roma e Varese, ma che solo nella parte finale della carriera prese in mano le redini del gioco. Tutto questo preambolo per rispondere a quanti osservano che il neo regista del Cagliari Cigarini sembrerebbe essere giunto in rossoblù in una fase calante della carriera, dopo la stagione vissuta praticamente fuori dal rettangolo di gioco con la Samp. In realtà abbiamo visto come la specificità del ruolo consenta spesso il riciclo di questo tipo di giocatori. Un ruolo dove le gambe sono ovviamente importanti ma non sono tutto, in mezzo al campo e davanti alla difesa serve soprattutto fosforo. Cigarini in fondo ha solo 31 anni e tutte le possibilità di vivere un’altra lunga e felice parentesi da calciatore. Il Cagliari gli ha dato un’apertura di credito importante quando non molte società lo avrebbero fatto. Ora sta a lui dimostrare di meritarla questa fiducia, ma le premesse perché ciò avvenga sembrano decisamente buone. Il ragazzino che mosse i primi passi con Pepito Rossi, Gazzola e Dessena nella Primavera del Parma è cresciuto. Anche grazie all’allenatore Ballardini che quel Parma Primavera lo allenava e che portò il “Ciga” in C a San Benedetto del Tronto dove giocò per la prima volta titolare da professionista. Sono passati più di 12 anni, nel frattempo ci sono state le grandi gioie col Parma e l’Atalanta, quella stagione discreta con il Napoli e quelle in chiaroscuro con  Siviglia e  Sampdoria. Ma la parola fine sembra ancora lontana.

Romagna sarebbe un bell’acquisto,ma perché Ibarbo viene svenduto così?

La classe Queen Elizabeth ,la Gerald Ford la Nimitz, la  Admiral Kuznetsov, la ormai vetusta Enterprise. Le superportaerei sono tra le più grandi navi da guerra mai costruite, alcune in attività, altre dismesse, tutte però di stazza intorno alle 70 mila tonnellate. Roba gigante, con equipaggi giganti. Ma niente in confronto allo staff che il Cagliari si è portato a Pejo. Leggere per credere Staff tecnico: Massimo Rastelli (Allenatore), Nicola Legrottaglie (Vice allenatore), Michele Santoni (Coordinatore tecnico), Dario Rossi (Collaboratore tecnico), David Dei (Allenatore portieri), Agostino Tibaudi (Preparatore atletico), Andrea Caronti (Preparatore atletico), Francesco Fois (Preparatore atletico).Staff medico-sanitario: Roberto Mura (Medico sociale), Salvatore Congiu (Fisioterapista), Simone Ruggiu (Fisioterapista), Stefano Bertesaghi (Fisioterapista), Stefano Frau (Fisioterapista).Dirigenti accompagnatori: Mario Passetti (Direttore Generale), Giovanni Rossi (Direttore Sportivo), Roberto Colombo (Team Manager), Alessandro Steri (Responsabile Comunicazione), Paolo Vallone (Responsabile Ufficio Stampa), Simone Ariu (Social Media Manager), Elisabetta Scorcu (Responsabile Eventi e iniziative).Magazzinieri: Marco Meloni, Suresh Warnakulasuriyage. C’è poi la rosa che senza entrare nel merito del suo valore quest’anno potrebbe riuscire a battere il record di anzianità del campionato. In tal senso la perdita di Bruno Alves (36 anni a novembre) è stata subito compensata (si fa per dire) con gli arrivi di Cigarini e Andreolli (31 anni entrambi) e soprattutto con il ritorno di Cossu (37). Scherzi a parte, l’eventuale arrivo dello juventino Romagna, valorizzato l’anno scorso da Cagni a Brescia dopo che Boscaglia a Novara e Brocchi sempre a Brescia gli avevano fatto vedere il campo molto raramente, potrebbe essere un buon investimento. Il mercato è ancora lungo, quindi le preoccupazioni per l’allestimento di una rosa di valore sarebbero quantomeno premature, così come quelle derivanti dall’eccessivo numero di giocatori a disposizione del tecnico. Essere in tanti, si dice, serve per non avere problemi in caso di infortuni. Vero. Ma è anche vero che quando si è in troppi aumentano i malumori e le difficoltà per l’allenatore nella gestione del gruppo. Soprattutto se si tratta di un gruppo senza precise gerarchie tra titolari e riserve, dove cioè per buona parte dei giocatori si può giungere alla conclusione che uno vale l’altro. Fra tante incognite che (si spera) verranno sciolte con il passare del tempo, rimane però un mistero, quello relativo a Ibarbo. Era tornato a gennaio pressoché ignorato dal tecnico (a meno che Rastelli non abbia seguito precise direttive societarie) e dopo appena tre spezzoni di gara era stato spedito in prestito in Giappone a prezzo di saldo. Ora, tornato dal prestito è stato rispedito alla stessa destinazione senza apparente guadagno, ma solo con l’intesa che un’eventuale futura cessione ad altra squadra frutterà al Cagliari il 50 per cento della vendita. Qualcosa non quadra evidentemente. Intanto perché Ibarbo la sua bella quotazione l’ha sempre avuta e non si vede perché il Cagliari debba fare beneficenza; in secondo luogo perché stiamo parlando di un giocatore che magari come la maggior parte dei colombiani non mantiene le promesse, ma che almeno a livello di incassi dalla sua cessione per il Cagliari è sempre stato un bancomat (basterebbe ricordare cosa costò alla Roma per il poco messo in mostra). Che bisogno c’era allora di disfarsene così? Certo, magari avrebbe anche bisogno di un allenatore che ne sviluppi l’incredibile resistenza e forza fisica, piuttosto che di qualche tecnico che l’ha schierato come seconda punta ruolo in cui non ha mai pienamente convinto. Qualcuno che lo utilizzi come esterno basso facendogli fare tutta la fascia, anche la fase difensiva quindi, come solo raramente è stato impiegato in nazionale. E magari diventerebbe quel crack che in molti si sarebbero aspettati.